Spettacoli
28 Maggio 2026
La "sabadina" di papà, il primo grande amore e le canzoni di Bollicine cantate a diciott'anni sulle mura. Così il concerto del 1984 ha segnato una generazione che a giugno si ritroverà sotto il palco per l'anteprima del tour 2026

Da “Futura ’84” al parco Bassani: il mio viaggio lungo 42 anni inseguendo il Blasco

di Mauro Alvoni | 4 min

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Ci sono notti che non ti lasciano mai veramente, anche se nel frattempo i tuoi diciott’anni sono diventati quasi sessanta. Per me, quella notte è il 28 agosto 1984.

Mentre guardo i cantieri che in questi giorni stanno trasformando il Parco Urbano Giorgio Bassani per la doppia anteprima del Vasco Live 2026 il 5 e 6 giugno, sento una strana vertigine temporale. Quarantadue anni fa non c’erano i prati infiniti del Bassani ad accogliere il popolo di Vasco, ma la terra battuta e la pietra del Montagnone. C’era la Festa Nazionale dell’Unità dei giovani, battezzata con un nome che oggi suona quasi profetico: “Futura”.

Nel 1984 il futuro eravamo noi. Io avevo diciotto anni e in tasca pochi spiccioli, quelli della “sabadina” che mi passava mio padre. Quell’estate la Festa dell’Unità offriva un cartellone pazzesco: volevo a tutti i costi vedere sia Vasco Rossi sia i Talk Talk, la band britannica del momento. Mio padre, che doveva finanziarmi l’impresa, fu perentorio: “Scegli, o l’uno o l’altro”. Non si sgarrava. Ci pensai un attimo e scelsi Vasco. Mio fratello, invece, puntò tutto sui Talk Talk. Fu una specie di scommessa incrociata, una strana inversione di ruoli per l’epoca.

Io facevo parte di una “cumpa” numerosa, eravamo circa quaranta ragazzi quando ci trovavamo al completo. Eravamo quelli che allora venivano definiti “paninari”: bravi ragazzi, vestiti bene con i brand giusti, educati, frequentatori assidui delle paninoteche della città. Niente grilli per la testa, nessuna ribellione ostentata. Mio fratello, al contrario, aveva già allora quell’anima inquieta e quello spirito ribelle che, purtroppo, avrebbe segnato l’intero corso della sua vita futura. Eppure, ironia della sorte, a molti di noi paninari piaceva Vasco, la quintessenza del rock provocatorio. E a mio fratello ribelle piaceva il synth-pop sofisticato degli inglesi.
All’epoca non esistevano i cellulari, non si potevano registrare video da mostrare la mattina dopo. Così, nei giorni successivi, io e mio fratello ci scambiammo i racconti di quelle due serate mitiche usando l’unico mezzo che avevamo: le parole e la pura emozione.

Quei miei diciott’anni furono memorabili, incastonati nel momento probabilmente più felice della mia giovinezza. Proprio all’interno di quel fotogruppo di amici avevo conosciuto la mia prima fidanzatina ufficiale. Fu la mia prima relazione seria: una storia bellissima che sarebbe durata oltre sei anni e che, quando finì, mi spezzò letteralmente il cuore. Ma fu proprio lei, durante la nostra lunga storia, a spronarmi per la prima volta a tentare la strada del giornalismo. Era la cornice perfetta, un tempo di assoluta felicità, e in quel quadro si inserì il concerto di Vasco. C’era anche un altro dettaglio, quasi un segreto per i miei amici della cumpa: già allora una delle mie più grandi passioni era la musica classica. Chi l’avrebbe mai detto che proprio Mozart e Beethoven sarebbero stati la chiave che, a 23 anni, mi avrebbe spalancato le porte del giornalismo come critico musicale, prima di allargare l’orizzonte alla cronaca e all’attualità?

Quella sera del 28 agosto, però, c’era spazio solo per il rock. Ricordo l’odore di fumo, di birra e di salsiccia alla brace che dominava la festa, mescolato alla polvere alzata da migliaia di scarpe da ginnastica sul Montagnone. Il palco era stato allestito nel sottomura, raggiungibile attraverso una lunga passerella-scalinata che dal Montagnone portava giù nell’arena della musica. Quando le luci si spensero e la Steve Rogers Band attaccò con Sono ancora in coma, fu una scossa collettiva. Urlammo Deviazioni, ci stringemmo durante Una canzone per te e, sulle note di Vita spericolata, l’arena sembrò sollevarsi da terra. Finimmo distrutti e felici sotto il cielo di Albachiara.

Oggi ho quasi sessant’anni. I capelli sono bianchi, le responsabilità sono altre e quel ragazzo di diciotto anni lo rivedo solo nei vecchi ricordi. Eppure, Vasco è ancora qui. Ferrara ha dovuto aspettare quasi quarant’anni dal suo ultimo passaggio in città (era il 1987 con il tour di C’è chi dice no) , ma l’attesa sta per finire.

A giugno, al Parco Bassani, le generazioni si mescoleranno di nuovo. Ci saranno i ragazzi di oggi con gli smartphone accesi e ci saremo noi, i ragazzi di “Futura ’84”. Quando il Blasco salirà sul palco per aprire il suo tour 2026, chiuderò gli occhi per un secondo. E so già che, tra i sessantamila del parco, ritroverò quel diciottenne della cumpa, pronto a urlare ancora una volta che, nonostante tutto, va bene così.

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