Attualità
2 Maggio 2026
L'ex tecnico racconta gli anni che lo hanno formato e guarda al calcio di oggi: “In Italia manca la tecnica”

Fabio Capello: “Ferrara per me è un pezzo di vita”

di Redazione | 4 min

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Dopo le note vicende giudiziarie e personali Vittorio Sgarbi è tornato in pubblico, protagonista di un’intervista, condotta dal giornalista Aldo Cazzullo, andata in scena al Teatro Comunale di Ferrara in occasione della Festa per i 150 anni del Corriere della Sera

“Ferrara per me non è solo una città, è un pezzo di vita”. È un attore consumato quello che si presenta sul palco del Teatro Comunale di Ferrara. L’occasione è quella della Festa per i 150 anni del Corriere della Sera e il protagonista è Fabio Capello, “attore” di decenni sportivi di calcio, sia da giocatore che da allenatore.

“Quando arrivai qui – racconta Capello rispondendo alle domande del giornalista Aldo Cazzullo -, nel 1961, era un posto unico, meraviglioso. E soprattutto trovai i ferraresi: gente che mi ha accolto subito, con una semplicità che non ho mai dimenticato”.

E nella città estense il giovane campione costruì anche la propria vita personale: “Ho conosciuto mia moglie che avevo diciotto anni: ci incontravamo sull’autobus vicino allo stadio, io studiavo da geometra, lei faceva le magistrali. Tornavamo insieme per viale Cavour, a volte allungando apposta il percorso. È stato un amore nato camminando. E poi ci siamo sposati qui, a Ferrara”.

E poi la Spal dell’indimenticato Paolo Mazza, “un presidente straordinario, avanti anni luce. Aveva gli uffici a due passi dal Teatro Comunale e sceglieva lui i giovani: li faceva scendere in campo e tirare in porta, voleva vedere la tecnica. Anche la tattica la faceva lui. Prima delle partite si mangiava riso in bianco e filetto, sempre. Una figura unica, neanche Berlusconi arrivava a tanto. E da allenatori come Giovan Battista Fabbri ho imparato tantissimo”.
“Ferrara – prosegue l’ex tecnico di Milan, Roma, Juve e Real Madrid – mi ha formato anche come uomo. Da ragazzo facevo chilometri in bicicletta, e quando torno qui e vedo ancora tutte queste bici, mi vengono in mente quei giorni”.

Poi la carriera lo ha portato lontano, “ma certi valori sono rimasti. Io ai giocatori ho sempre chiesto una cosa: educazione e rispetto. La prima riunione è sempre su questo. Ho allenato campioni straordinari: David Beckham, il grande Milan degli olandesi, Zlatan Ibrahimović… ricordo quando arrivò e lo accolsi con la Gazzetta dello Sport in mano. Oppure Antonio Cassano: talento vero, ma uno che ha perso grandi occasioni, come Mario Balotelli. Cassano però con me ha sempre avuto rispetto, ancora oggi mi dà del lei”.

E poi ci sono i fuoriclasse assoluti. “Io dico sempre: ogni vent’anni nasce uno che inventa qualcosa di nuovo. Pelé, Diego Armando Maradona, Lionel Messi. Subito sotto metto Ronaldo, il Fenomeno. Ma al Real Madrid ho dovuto mandarlo via: faceva una vita che non era compatibile con il vincere”.
Al mister friulano viene chiesta poi una classifica personale degli italiani con cui ha giocato o che ha allenato: “primo Gianni Rivera, il più grande; poi Roberto Baggio; quindi Alessandro Del Piero e Francesco Totti”.

E fuori dal campo? “Ho avuto grandi presidenti. Silvio Berlusconi aveva una visione unica, era rispettoso e generoso. Anche da Urbano Cairo ha imparato molto. E persone come Luciano Moggi capivano davvero di calcio, facevano gli interessi della società. Certo, nella mia carriera ci sono state anche polemiche, come Calciopoli nel 2006: io sono convinto che avremmo vinto comunque”.

Poi la fama lo porta fuori dall’Italia. “Ho girato il mondo: Inghilterra, Russia, Cina. A Mosca si respira la storia, e sono orgoglioso di aver riportato la Russia al Mondiale dopo tre mancate qualificazioni. In Cina ho visto una realtà molto diversa, con sei interpreti per lavorare: lì capisci cosa significa davvero una dittatura”.

E, a proposito di mondo, per la terza volta consecutiva l’Italia non parteciperà alle fase finali di un Mondiale. “Oggi il calcio italiano ha un problema – riflette Capello -: manca la tecnica. Ci siamo fissati con la tattica, con il ‘guardiolismo’, ma senza tecnica non si va lontano. Io la tecnica l’ho insegnata a giocatori come Van Basten, Ibrahimović, Seedorf. È difficile insegnarla, molto più della tattica, ma è quella che ti fa superare le difficoltà”.

E la Nazionale? “Non andiamo ai Mondiali perché non abbiamo giocatori adatti a un certo livello. Servirebbe ricostruire, ma un’ultima missione non la accetterei: non voglio che qualcuno venga a dire che sono diventato un vecchio rimbambito”.

L’intervista si chiude da dove è partita, Ferrara. “Penso alla mia giovinezza, alla bicicletta, a quei chilometri fatti sognando. Se sono diventato quello che sono, lo devo anche a questa città. E certe cose, credetemi, non si dimenticano mai”.

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