Cronaca
25 Aprile 2026
A rappresentare la cooperativa di via Veneziani, parte civile nel processo contro il clan D'Alessandro a Napoli, è l'avvocato Fabio Anselmo. Ieri l'arringa in aula

Infiltrazioni mafiose, Copma: “Danno a reputazione e correttezza della nostra attività”

di Davide Soattin | 3 min

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Da un lato il grave danno d’immagine, legato alla lesione della reputazione e della correttezza di un’attività professionale inserita nelle white list della Prefettura di Ferrara, ossia tra le imprese non soggette a rischio di infiltrazioni mafiose; dall’altro la volontà di precisare che le dipendenti coinvolte, direttamente o indirettamente, nell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, erano state acquisite tramite clausola sociale, in quanto già in forza alla precedente ditta appaltatrice.

Sono queste le due direttrici principali attorno alle quali ieri (venerdì 24 aprile) – davanti al gup del tribunale di Napoli – l’avvocato Fabio Anselmo, legale di Copma, ha sviluppato l’intervento della parte civile nel procedimento a carico degli affiliati al clan D’Alessandro.

La coop ferrarese è parte civile insieme al Comune di Castellamare di Stabia e all’Ausl Napoli 3. Anche i loro legali ieri hanno discusso, prima di lasciare spazio alle difese degli imputati, tutti presenti in videocollegamento dalle varie carceri in cui sono oggi ristretti.

Alla sbarra in questo filone, accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso aggravata, ci sono dieci persone. Uomini e donne che, per l’accusa iniziale, sotto la guida del reggente Pasquale D’Alessandro, primogenito del defunto boss Michele, tra l’inizio del 2023 e la fine del 2024, avrebbero messo in atto tentativi di infiltrazione nel tessuto imprenditoriale di Castellammare di Stabia, con interessi anche all’interno dell’ospedale San Leonardo, dove Copma ha alcuni appalti.

Era stata la stessa cooperativa di via Veneziani a denunciare quei tentativi con un esposto relativo a un episodio ritenuto inequivocabilmente intimidatorio inerente il contesto sindacale legato all’appalto per i servizi di pulizia e di igienizzazione all’interno del nosocomio campano.

A finire in manette lo scorso novembre infatti, assieme al marito 67enne Michele Abbruzzese, cassiere e tesoriere del clan, era stata una delle dipendenti della cooperativa, la 63enne Petronilla Schettino. Con lei, sotto la lente degli inquirenti, anche altre due donne, entrambe lavoratrici in Copma: Giuseppina Schettino, responsabile del personale, e Filomena Cascone, moglie del boss 53enne Paolo Carolei, anche lui arrestato nella maxi-operazione eseguita dagli agenti della Polizia di Stato.

Sia Abbruzzese che Carolei erano già in carcere per altre vicende giudiziarie. Il secondo, tra l’altro, al 41 bis. Per il primo, in abbreviato, dopo la richiesta di giudizio immediato, la Procura ha chiesto la condanna a 13 anni e 4 mesi, per l’altro invece a 12 anni. La posizione di Petronilla Schettino invece, che al momento dell’arresto era libera, è stata stralciata e giudicata separatamente, dopo la richiesta di patteggiamento con riqualificazione del capo d’imputazione da parte della difesa.

Non è stato preso nessun provvedimento né effettuata alcuna indagine a carico di Giuseppina Schettino e Filomena Cascone.

Il procedimento tornerà in aula l’8 maggio per la prosecuzione della discussione da parte delle difese. Dopodiché, per l’udienza successiva, quella del 18 maggio, il gup dovrebbe emettere la sentenza a carico degli imputati.

 

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