di Federica Pezzoli
Continua la programmazione di Totem Scene Urbane, il festival di arti performative ideato da Teatro Nucleo nel 2012 per stimolare il senso di comunità, l'aggregazione e la coesione sociale. Venerdì (10 aprile) sera il Totem ha portato al Teatro Julio Cortazar di Pontelagoscuro “All’ombra dell’odio nascono i fiori” della compagnia svedese Teater Albatross.
Un gradito ritorno quello dell’attore svedese Robert Jakobsson, che ha conosciuto ed è entrato a far parte della grande famiglia del Teatro Nucleo negli anni di lavoro all’ospedale psichiatrico di Ferrara, quando si tentava di “creare ponti fra dentro e fuori”, come ha detto Natasha Czertok, direttrice artistica del Festival. Insieme a Robert, il musicista e attore Per Buhre e Hilda Morgan, che ha tradotto la narrazione dallo svedese all’italiano.
“All’ombra dell’odio nascono i fiori” è una storia di incontri, di come la solidarietà possa appunto fiorire dove non te lo aspetti, con inaspettata naturalezza e spontaneità, anche in tempi malvagi e spietati. La storia narra la fuga di Daniel dal ghetto dove i suoi genitori e sua sorella vengono deportati dalle SS, ma si concentra non tanto sulla sofferenza quanto sui frammenti di felicità che riesce a cogliere lungo il suo cammino verso la Svezia. È una storia di speranza: il giovane Daniel, ebreo in una Polonia sconvolta dalla Seconda Guerra Mondiale, affronta la lotta per la sopravvivenza e la salvezza, che troverà grazie all’aiuto di persone semplici, spinte da quella pietà che nasce non dalla colta riflessione etica su testi filosofici, ma dall’empatia che scalda il cuore e spinge lo spirito alla silenziosa ribellione contro le ingiustizie di questo mondo.
La storia è romanzata, dentro ci sono i racconti di Isaac Bashevis Singer e Sholem Aleichem, ma anche le testimonianze di sopravvissuti alla Shoah raccolte da Robert, fra le quali proprio quella di un ragazzo fuggito dalla costa Baltica con una barca a remi e tratto in salvo in Svezia da pescatori danesi.
La scena è spoglia, solo gli attori e gli strumenti musicali; la narrazione è semplice e lineare: proprio qui sta la forza dello spettacolo, capace di ricreare l’atmosfera poetica e surreale dello Yiddishland. Impossibile non rivedere i personaggi e i colori di Marc Chagall, dai violinisti sul tetto dello shtetl a quel blu così frequente nelle opere dell’artista e usato dal padre di Daniel nella cantina che utilizzano come nascondiglio. E poi c’è l’ebreo errante, che apre e chiude lo spettacolo, metafora di un’umanità che ancora non riesce a trovare pace.
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