L'inverno del nostro scontento
25 Marzo 2026

Il SignorNO della Generazione Gaza

di Girolamo De Michele | 9 min

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Tempeste e arresti

Con quale criterio si incamerano “prove” fornite da uno Stato che sta commettendo un genocidio?

Ti svegli all’alba di buon umore, anche se hai da lavorare mattina e pomeriggio, e capita che la lettura di certi giornali ti allarghi il sorriso – e pazienza se la bava che fuoriesce dalla loro bocca scola giù dallo schermo televisivo e sporca il pavimento.
Eccoli, ci dicono, i responsabili della vittoria del NO: giovani ProPal, meridionali improduttivi (ma siate sinceri, ditela coma la pensate: chiamateci “terroni”!), studenti indottrinati, e persino “islamici col diritto di voto” (sic). Mancano solo le donne, che facevano bene a starsene a casa a rimestare la minestra, o a farsi dire dal marito come votare: quelle proprio non le hanno né viste, né immaginate. Il patriarcato è come l’acqua per i pesci della barzelletta: se ci nuoti dentro da sempre, l’acqua non la vedi. Come non sono stati capaci di immaginare che l’affluenza al voto fosse determinata da cittadine e cittadini che si sono riappropriati dell’esercizio attivo di cittadinanza: si sono detti che i votanti imprevisti erano dovuti a Meloni che glielo ha detto da (Emilio) Fedez – e ci hanno creduto davvero!

Quando la campagna referendaria è iniziata, i NO erano indietro di 20 punti; ma è bastata una raccolta di firme, mezzo milione in quattro e quattr’otto – firme che hanno costretto il governo quantomeno a scrivere tutti e sette gli articoli della Costituzione modificati sulla scheda – per iniziare la rincorsa. E alla fine non solo ce l’abbiamo fatta: ma abbiamo dimostrato che la destra si può battere senza Calenda, Renzi e Marattin (che alla fine il campo largo lo aveva fatto Meloni), cioè senza le quinte colonne della destra. Il divario si riduceva, ma loro non lo capivano: perché non sapevano nulla di questa generazione che si stava battendo per una cosa chiamata Costituzione (della quale, peraltro, sapevano uguale, cioè poco o nulla).

E ancora oggi, davanti alla scomposizione del voto, si fermano solo alle fasce d’età, senza saper leggere i dati nelle righe successive: quello del voto femminile, e soprattutto quello delle motivazioni di voto. Due terzi dei NO hanno come motivazione l’essersi informati sui contenuti, meno di un terzo l’avversione al governo, appena il 7% un’indicazione di partito.

Vi siete accorti di quanti libri sono stati pubblicati su Gaza, Palestina, Israele, crimini internazionali e genocidio in qusti ultimi due anni – a dispetto della più devastante crisi editoriale che l’Italia abbia conosciuto? Avete pensato a cosa significa il fatto che questa Generazione Gaza si incuriosisce, legge, si informa, in un paese nel quale si legge sempre meno? No, non lo avete fatto, impegnati come eravate a scrivere post sui social, a moltiplicare i profili-fake per lurkare e stalkerare ragazze e ragazzi, credendo che la lotta politica sia questa. Ecco perché non avete pensato che ci sarebbero stati elettrici ed elettori capaci di informarsi e farsi un’opinione: ma davvero pensavate di contrastarli con la canzone di Sal Da Vinci e i podcast dell’ex marito di Chiara Ferragni?

E del resto: bastava informarsi, per l’appunto. Al netto di ogni considerazione politica, è un fatto che gli articoli 104 e 105, cioè il cuore della riforma Nordio-Meloni, così come erano riformulati erano scatole vuote da riempire con future leggi da emanare. Il minimo di correttezza istituzionale e di etica giuridica – ma stiamo parlando di quelli che Karima El Mahroug, in arte “Ruby”, non era una prostituta minorenne, ma la nipote di Mubarak, e il libico al-Masri un tifoso della Juventus da reimpatriare con volo di Stato, e non un criminale internazionale – avrebbe richiesto che il testo delle leggi susseguenti fosse stato depositato prima del referendum, per sapere cosa davvero si andava a creare. Non averlo fatto è stato un atto di arroganza, ma anche di supponente stupidità: se mi chiedi un voto sulla fiducia devi assicurarti che io mi fidi di te. Non a caso a non essersi fidati sono stati giovani, donne e meridionali: tre gruppi sociali per i quali l’attuale governo nulla ha fatto.

Ma soprattutto: arroganza e stupidità si sono sommate, rilanciandosi, nel non aver provato a capire cosa davvero è successo nelle piazze e nelle strade che una generazione si è ripresa in questi due anni, contro tutto e tutti – partiti e leaderini della cosiddetta opposizione compresi.

La Generazione Gaza, come fu quella del Vietnam, è una generazione che ha scoperto la rabbia e il gusto della politica in prima persona, presa nelle proprie mani: agire su e contro il mondo, invece di subirlo. Lo ha detto benissimo Zerocalcare: Gaza è diventato il nome comune di ogni ingiustizia contro cui ribellarsi. Perché contro l’ingiustizia ci si ribella, non si scrivono post sui social.

A Ferrara, il 5 ottobre scorso, 5.000 cittadine e cittadini (giovani, soprattutto) hanno sfilato dalla stazione al Municipio chiedendo giustizia: a partire da Gaza, e dal genocidio di Gaza. Denigrarli come “pro-Hamas”, antisemiti, nazisinistri è servito solo a chiudere la porta davanti a una richiesta di giustizia: non hanno neanche provato a capire cosa stava succedendo (controprova: alla contromanifestazione per contestare la presenza di Francesca Albanese al Festival di Internazionale, il pomeriggio del 5 ottobre, i convenuti si contavano sulle dita di una sola mano).
Durante la campagna eletorale, il sindaco Fabbri ha rifiutato in malo modo l’offerta di un volantino che spiegava le ragioni avverse. Legittimo non condividerle, meno – sei il sindaco anche quando cammini per strada – dire dove ti sta sù il contenuto: averlo fatto significa, di nuovo, non aver provato a capire le ragioni degli altri, suponendo che la ragione stia da una sola parte.
Il 22-23 marzo lo stesso elettorato che ha confermato Alan Fabbri sindaco – in verità, qualche decimale in più, percentualmente – ha votato a larga maggioranza per il NO. Nel pomeriggio, mentre in televisione diversi talk show dibattevano l’andamento dello scrutinio, di nuovo (due giorni dopo l’inaugurazione) le due stanze che ospitano la mostra HeArt of Gaza, nella quale il genocidio è raccontato attraverso i disegni dei bambini, erano piene come un uovo.
Provate ad unire i puntini, e forse (forse) capirete che c’è un filo che li collega. Se non riuscite a vederlo, siete parte del problema, e non della soluzione.

L’autoritarismo e la guerra non sono un destino. Ovviamente, non sono un destino quando si decide di combatterli e di non subirli come fossero un destino. Abbiamo molto da fare e da combattere, prendete un appunto per ora: sappiamo farlo. Una volta di più, la democrazia è mantenuta aperta, possibile, praticabile dalle persone di solito non viste, non contate, impreviste, dall’intelligenza e dagli affetti che si muovono dai margini verso il centro. Qui ci sono persone che dalle piazze hanno deciso di riprendersi anche il voto. (Giso Amendola)

Ci sono forcaioli che si sono riciclati da garantisti dell’ultim’ora, e giravano col santino di Enzo Tortora, dopo aver passato due anni e mezzo a tifare genocidio, ad essere complici di crimini internazionali, a fare l’apologia dell’assassinio di trecento giornalisti palestinesi – perché me l’ha detto miocugginodelmossad che erano terroristi. I telefonini di alcuni giornalisti, attivisti (Luca Casarini, Beppe Caccia), un parroco persino (don Mattia Ferrari), sono stati infettati da un virus di produzione israeliana che consente di prendere il controllo del dispositivo: un virus che l’azienda produttrice non vende a privati, ma solo a governi. Eppure ancora l’attuale governo non ha detto chi ha dato l’ordine di usare quei virus – e qualcuno dei “garantisti per il SI” non si è vergognato di scrivere e affermare che il governo ha diritto di controllare gli attivisti che “fanno opposizione” (perché salvano vite: a cosa fanno opposizione?): detto da uno che Tortora nel 1984 l’ha votato, Tortora dovrebbe venirvi a trovare di notte, e sputarvi in faccia.
E, per inciso, no, a votare per Tortora non fummo masse oceaniche, eravamo un 3% scarso, l’unico leader politico che non ebbe scrupoli né vergogna a difenderlo perché, come ogni cittadino, era innocente fino a sentenza definitiva, fu Mario Capanna (citando Luigi Ferrajoli), il giorno dopo l’arresto. Perché votai Tortora, io che radicale non ero? Perché aveva promesso, se eletto, di portare al Parlamento Europeo il caso di un ragazzo, Giuliano Naria, che stava morendo innocente di anoressia in carcere, sotto la falsa accusa di essere un terrorista. E lo fece davvero, senza badare all’enorme distanza di idee fra il liberale di solito accondiscendente verso il potere e il comunista che voleva cambiare il mondo. Tortora aveva capito una cosa, alla fine: che i diritti sono di tutti, che non si scava nella biografia delle vittime prima di difenderle, perché quanto toccano una o uno toccano tutte e tutti.

Dicono che alcuni magistrati abbiano cantato Bella Ciao: e dunque? Bella Ciao è un inno partigiano che parla di lotta per la libertà. Il 30 dicembre 2018 risuonava a Bologna al funerale del “partigiano Checco”, Francesco Berti Arnoaldi Veli, presidente dell’Ordine degli avvocati e dell’ANPI, partigiano di Giustizia e Libertà nella stessa brigata in cui fu Enzo Biagi. Hanno cantato del fiore della libertà che va coltivato e difeso: che problemi avete con la libertà, voi che definite “divisiva” Bella Ciao?

Quanto a noi, come ha scritto Luca Casarini, «continueremo a lottare per una giustizia giusta, che adesso non c’è, continueremo a farlo anche da imputati, spesso a causa di pubblici ministeri che non sanno nemmeno dove stia di casa il diritto. Ma intanto gli arroganti che hanno in mano il potere oggi si devono leccare le ferite. Non è facile per chi è abituato ad essere forte con i deboli e debole con i forti. Il loro obiettivo era, e rimane, l’attuazione di un disegno autoritario che è già in atto, dal decreto Caivano ai decreti sicurezza, dal controllo politico di medici e insegnanti, dalle deportazioni ai patti con la Libia e la Tunisia. Dal riarmo al servilismo verso i signori della guerra globale».

La giustizia giusta è qualcosa che non c’è: è per questo che dobbiamo costruirla. L’ingiustizia, non quella nel piccolo angolo di mondo nel quale altri amano trincerarsi, dopo essersi rinchiusi in quelle prigioni chiamate cranio, l’ingiustizia globale è l’inferno in terra: l’inferno dei viventi, scriveva Calvino.

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

PS: il lunedì dopo la vittoria del primo scudetto del Napoli di Maradona, fra due insigni accademici napoletani – due menti raffinate, dai cui libro ho imparato molto – corse un napoletanissimo sberleffo: uno dei due, improvvidamente interista, si vide recapitare in dono dall’altro un grosso limone di Sorrento. Idealmente, nel replicare il suo gesto, dedico a quel caro Maestro queste considerazioni.

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