Sarebbero stati informati solamente tre giorni dopo la tragedia i familiari di Arcangelo Ferrigno, il detenuto di 54 anni morto soffocato mentre stava consumando la cena nella propria cella, all’interno del carcere di via Arginone. A far emergere la circostanza è Gaetano Ferrigno, il figlio dell’uomo che, in una mail inviata all’avvocato Fabio Anselmo – oggi legale della famiglia – e alla senatrice Ilaria Cucchi di Sinistra Italiana, esprime forte perplessità per il ritardo nella comunicazione della drammatica notizia.
Il fatto è avvenuto nella serata di sabato 14 marzo. Tuttavia, secondo quanto riferito dal figlio, i carabinieri avrebbero informato la madre del 54enne solamente tre giorni più tardi, il 17 marzo, dopo l’invio di un telegramma dall’ospedale.
Il giovane ha raccontato inoltre di aver tentato di ottenere chiarimenti contattando il carcere di via Arginone, prima telefonicamente e poi tramite l’invio di una mail, a cui però non ha ottenuto riscontro, con cui chiedeva la trasmissione di tutta la documentazione e delle relazioni relative alla morte del padre.
Secondo una prima ricostruzione, mentre stava mangiando, al 54enne sarebbe andato di traverso un boccone di carne in maniera fatale. Nonostante l’immediato intervento del personale penitenziario, ogni tentativo di salvargli la vita è risultato vano e i sanitari hanno potuto soltanto constatarne la morte.
Il pm di turno della Procura di Ferrara, Andrea Maggioni, è stato immediatamente informato dell’accaduto e ha aperto un fascicolo di indagine esplorativo, attualmente senza indagati, per poter disporre l’esecuzione degli accertamenti medico legali utili ad accertare con precisione le cause che hanno portato al soffocamento dell’uomo. I familiari dell’uomo – assistiti dall’avvocato Fabio Anselmo – nomineranno un loro consulente di parte, il medico legale Adriano Tagliabracci di Ancona.
Gli accertamenti inizieranno martedì 24 marzo con lo svolgimento di una tac total body e a seguire sarà effettuata l’autopsia.
La senatrice Ilaria Cucchi intanto preannuncia un’interrogazione parlamentare per chiedere conto dei ritardi nella comunicazione della morte ai famigliari: “Ciò che sconvolge sono le modalità e le tempistiche con cui i familiari sono stati informati della morte. Dinamiche che riflettono quello che è il sistema carcere italiano, segnato da una disumanizzazione dei detenuti e a volte anche degli operatori. È impressionante: non è la prima volta che accade e, purtroppo, non sarà neppure l’ultima”.
Per l’avvocato Fabio Anselmo, invece, tre giorni “non sono un dettaglio, sono un vuoto che pesa più delle parole” dice, definendo la vicenda come una “questione di trattamento perché una persona detenuta resta una persona, con diritti che non possono essere sospesi insieme alla libertà”. “Quella lettera – aggiunge, facendo riferimento alla mail che il figlio dell’uomo ha inviato al carcere – è un atto minimo, ma racconta molto. Racconta di uno Stato che si muove con velocità diverse, attento quando deve difendere sé stesso, lento quando deve rendere conto a chi non ha strumenti, visibilità o forza per farsi ascoltare. Non servono grandi discorsi. Basta questo: un padre muore e i figli vengono avvisati dopo tre giorni”.
“Non è un incidente isolato, è una normalità che si consolida. I detenuti – chiude – diventano numeri, le famiglie diventano pratiche, il tempo diventa un dettaglio. E in questo scarto si misura la distanza tra la legge scritta e quella applicata. Chiedere cosa sia successo è un diritto. Chiedere perché ci siano voluti tre giorni è dovere civile. E non si può liquidare tutto con la complessità delle procedure, perché la prima procedura è una sola: avvisare subito. Il punto è che in questo Paese la dignità non è ancora uguale per tutti. E finché accettiamo che qualcuno possa aspettare anche da morto, siamo parte del problema”.
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