“Donna, vita, libertà”: confronto pubblico in municipio sull’Iran
Martedì 3 marzo alle 18, nella sala dell’Arengo, l’iniziativa promossa da Pluralismo e dissenso con rappresentanti istituzionali e membri della comunità iraniana di Ferrara
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Lunedì 2 marzo, nella Sala ex Refettorio di via Boccaleone 19, si terrà l'incontro pubblico dal titolo "Verso il Referendum: opinioni a confronto"
di Emanuele Gessi
La Sala della Musica trasformata in arena. Almeno per una mattina. È successo sabato, 28 febbraio, in occasione dell’iniziativa organizzata a Ferrara da Assostampa sui temi del referendum sulla giustizia. Con buona pace di chi temeva che la posta in palio non scaldasse gli animi. Dalla separazione delle carriere di giudici alla modalità di composizione del Csm (consiglio superiore della magistratura), gli argomenti al centro della riforma che verrà votata il 22 e 23 marzo sono stati gli ingredienti ideali per generare un dibattito acceso. Reazioni del pubblico comprese.
Attori protagonisti dell’agone dialettico – moderato dal giornalista Francesco Lavezzi e aperto dalla presidente di Assostampa Antonella Vicenzi – sono stati due magistrati e due avvocati, che hanno posto a confronto le ragioni di un fronte e dell’altro. Per il Sì sono intervenuti Luca Marini (giudice ed ex presidente tribunale di Ferrara) e Cecilia Bandiera (avvocata e presidente della Camera penale ferrarese). Per il No i relatori sono stati Francesco Maria Caruso (anche lui già presidente del tribunale Ferrara) e il legale Fabio Anselmo.
Poco meno di un centinaio le persone presenti in sala. Fra queste la senatrice Ilaria Cucchi (Avs) e il vicesindaco della città Alessandro Balboni, in veste istituzionale per portare i saluti dell’amministrazione. Poi una cospicua rappresentanza di consiglieri comunali, avvocati e autorità.
Che cosa porterebbe in sostanza la riforma, hanno chiesto le studentesse di quinta dell’istituto Dosso Dossi, partecipanti anche loro all’evento in rappresentanza di chi si approccia per la prima volta al voto.
Parte il Sì, nel cercare di soddisfare una legittima richiesta di sintesi. Marini afferma che la riforma scardinerebbe “il problema” odierno del sistema, ovvero quel “rapporto di riconoscenza e aspettativa che si crea attualmente fra i giudici delle sezioni disciplinari e coloro che li hanno eletti”. Bandiera aggiunge un tassello, riconoscendo che i problemi della giustizia afferenti all’efficienza “non c’entrano niente con la separazione delle carriere, ma non sono due questioni antitetiche, possiamo portarle avanti contemporaneamente”. Sottolineando che con la vittoria del sì, aumenterebbe il numero di processi cosiddetti “giusti”.
Non si fa attendere la controparte, con Caruso che definisce la riforma “una regressione epocale, capace di attentare alla base la forza e l’autonomia della magistratura”. E sostiene l’importanza, invece avversata dai promotori, di mantenere contiguità di forma mentis e di “identità di cultura” fra pubblico ministero e giudice. Anselmo ravvisa il pericolo di consolidare un sistema di “processi per ricchi”, se vincesse il Sì, rendendolo inaccessibile per i “normali cittadini”.
Altro vulnus per il fronte-riforma, quello di eliminare le interferenze delle correnti. Marini loda l’idea della riforma di sorteggiare i componenti del Csm da un paniere temperato. “Una garanzia – dice – per assicurare maggiore indipendenza ai magistrati qualificati che verranno sorteggiati, che saranno più autonomi dai condizionamenti di partito”. Caruso da parte sua ribatte che le logiche correntizie “si costituirebbero al peggio” anche con la riforma in vigore. “Il sorteggio – rimarca – squalifica e delegittima radicalmente l’intera magistratura”.
Dalla platea gli animi sobbollono. Una signora seduta in platea, che si presenta come una comune cittadina, chiede un microfono e dichiara: “Noi nella giustizia non ci crediamo più, bisognerà pur far qualcosa. La spartizione dei posti deve finire”. Su questo punto Caruso risponde: “Quello che lei auspica è già realtà nel nostro attuale sistema giudiziario. C’è stato un episodio circoscritto, isolato e sanzionato. Adesso gli incarichi si danno con assoluta obiettività”.
Il riferimento è per il caso Palamara. Un elemento che ha dato inoltre adito nel corso della mattinata a un diverbio fra l’avvocato Anselmo e un suo collega, seduto in sala, Pasquale Longobucco. Con quest’ultimo che è scattato in piedi contrapponendosi in maniera eclatante alla tesi sostenuta da Anselmo per cui “è la politica che ha salvato il sistema Palamara”, quella stessa maggioranza “che oggi fa del sì una bandiera ha negato l’utilizzabilità di una prova fondamentale” in quel caso. Ci è voluto qualche minuto perché le tensioni si sciogliessero, mentre Marini rintuzzava Anselmo di attendere il suo turno per intervenire.
Una delle priorità della riforma sarebbe di garantire la “terzietà del giudice”, ha inoltre evidenziato Bandiera. “È un aggettivo importantissimo, che spesso si diluisce nell’imparzialità, ma sono due aspetti differenti”. L’avvocata ha invitato a porre attenzione sul fatto che la terzietà prevista dal legislatore costituente è un principio di tipo ordinamentale, non processuale. A lei ha risposto Caruso, che su questo punto l’ha interrotta a più riprese. Prima invitandola a dimostrare la sua affermazione. Poi insistendo: “C’è una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato l’Italia perché non garantiva la terzietà e l’imparzialità del giudice?”
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