di Manuela Claysset*
In queste settimane lo sport femminile ha avuto spazio e visibilità mediatica grazie ai risultati e alle medaglie conquistate dalle atlete italiane nel corso delle Olimpiadi invernali appena concluse.
Certamente per raggiungere risultati e record agonistici sono necessari allenamento, sacrifici, dedizione, sin dalla giovanissima età. Una vita dedicata allo sport, con l’aiuto e il sostegno di tecnici, allenatori e allenatrici, dirigenti che accompagnano atleti e atlete nel raggiungimento degli obiettivi. Si tratta di persone che ricoprono ruoli importantissimi, delicati; in particolare allenatori o allenatrici sono figure educative, punto di riferimento fondamentale che rappresentano molto spesso una guida, un esempio da seguire. A loro vengono affidati bambini e bambine, nella pratica sportiva di tutti i giorni e nelle diverse discipline sportive.
È indispensabile che allenatori e allenatrici rispettino le persone che allenano, fin da quando sono piccole. Non sempre è così e purtroppo emergono modalità che ledono la dignità e feriscono atleti e atlete e che devono far riflettere.
Forme di violenza, di abusi, linguaggi denigratori che purtroppo rischiano di sembrare “nella norma” per raggiungere i risultati e che troppo spesso caratterizzano il modo di insegnare la pratica sportiva. A volte anche le stesse famiglie accettano comportamenti non idonei, a fronte di risultati e soddisfazioni agonistiche. Ma non si possono giustificare modalità violente, offensive o discriminanti.
Questo è possibile: si possono raggiungere risultati agonistici importanti rispettando le persone, i tempi e la crescita di atleti e atlete con modalità di insegnamento che mettano al centro le persone, ne valorizzino le attitudini e le capacità.
Sappiamo che nel sistema esistono politiche di safeguarding, persone che ricoprono ruoli di verifica, che la giustizia sportiva svolge un compito di controllo. Certamente occorre di più: mettere in atto percorsi di formazione e di sensibilizzazione per prevenire ogni forma di violenza. Modalità che sappiano coinvolgere e dare maggiori strumenti educativi a tutte le persone che ricoprono un ruolo nello sport, ma anche alle famiglie, agli adulti di riferimento, per costruire insieme lo sport e la pratica sportiva più accogliente e attenta ai desideri e sogni di bambini e bambine. Non tutte le persone che gareggiano e praticano sport potranno arrivare a risultati agonistici di alto livello e la selezione è molto dura.
Troppo spesso lo sport allontana, delude e spesso assistiamo ad un drop out sportivo precoce che coinvolge in particolare bambine e ragazze.
Forse per promuovere uno spazio sportivo più accogliente occorre mettere in atto anche altre scelte. Promuovere, premiare, valorizzare lo sport in modo diverso, accogliendo corpi non conformi e fuori da determinati modelli. In discipline come la danza, la ginnastica, il pattinaggio occorre corrispondere a determinati canoni fisici: corpi filiformi, elastici, aggraziati e non tutte le persone rispondono a queste richieste.
Ma se provassimo a cambiare queste modalità? Se proprio in questi sport potessero prendere spazio anche i corpi meno conformi, superare lo stereotipo della disciplina sportiva e rivedere modalità di premiare, valutare i gesti tecnici e il fair play?
Allargare la pratica sportiva, andare oltre alla selezione e la performance che conosciamo. Si tratta sempre di sport, in tutte le sue forme, con l’obiettivo di allargare la pratica e superare tutte le forme di discriminazioni
*Conferenza Donne Democratiche Ferrara
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