Cronaca
15 Gennaio 2026
Parla uno degli avvocati dei vertici amministrativi e operativi della Cooperativa Agricola del Bidente: "Non c'è nessuno scheletro nell'armadio. Abbiamo subito un danno da oltre 340mila euro"

Caporalato durante l’aviaria. La difesa: “Chieste condanne senza giustificazione”

di Davide Soattin | 3 min

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Codigoro. “Non hanno alcuna giustificazione le pesanti richieste di condanna avanzate dall’accusa”. Parte da qui l’arringa difensiva di Mario Di Giovanni, legale dei vertici amministrativi e operativi della Cooperativa Agricola Bidente di Forlì-Cesena, finiti a processo – con altri tre – per il presunto caso di sfruttamento di manodopera di lavoratori stranieri durante le operazioni di bonifica dal focolaio di aviaria all’Eurovo di Codigoro iniziate il 5 ottobre 2018 con l’abbattimento e il successivo smaltimento di circa 8.500 polli che avevano contratto la malattia.

Si tratta della 56enne Elisabetta Zani, ex presidente della cooperativa, oggi impiegata amministrativa, il 68enne Ido Bezzi, attuale presidente che a quel tempo svolgeva il ruolo di responsabile del cantiere, e il 48enne Gimmi Ravaglia, allora vicepresidente, l’unico per cui la Procura di Ferrara ha chiesto l’assoluzione, dal momento che, quando avvennero i fatti non era operativo, né amministrativamente né in cantiere, come lui stesso aveva affermato rendendo dichiarazioni spontanee.

Secondo l’accusa, la cooperativa forlivese avrebbe ottenuto un appalto per avviare il cantiere, ma allo stesso tempo avrebbe poi concesso indebitamente in subappalto, senza aver mai chiesto né ottenuto l’autorizzazione dall’Ausl, come invece è previsto dalla legge, i lavori ad altre tre società cooperative – la Coop Work Alliance di Cesena, la Coop Agritalia di Verona e la Coop Veneto Service di San Bonifacio – che la Procura di Ferrara aveva definito “spurie“, vale a dire quelle cooperative irregolari che sfruttano il modello cooperativo per scopi fraudolenti.

Tre i reati contestati a vario titolo alla cooperativa, quindi, il subappalto di pura ed esclusiva manodopera senza autorizzazione, la tentata truffa da 1,8 milioni ai danni dell’Ausl e l’intermediazione illecita e lo sfruttamento della manodopera. Se per il primo è intervenuta la prescrizione, gli altri due restano in piedi. “La mancata richiesta di autorizzazione al subappalto non è stata finalizzata a celare rapporti sporchi con le subappaltatrici. Non c’è nessuno scheletro nell’armadio, ma mancavano le condizioni per richiederla” dice Di Giovanni, evidenziando le tempistiche strette dato che – convenzione e capitolato alla mano – l’inizio dell’abbattimento sarebbe dovuto avvenire 36 ore dall’affidamento del lavoro e la richiesta di subappalto bisognava comunicarla venti giorni prima.

L’avvocato prosegue poi facendo notare come “nel proporre l’esposto di denuncia di reato, l’Ausl disse che i lavori erano stati eseguiti come da previsioni contrattuali, conformi a quanto stabilito dalla convenzione. Lo disse quando già era a conoscenza dell’attività di indagine della Guardia di Finanza e quindi con cognizione di causa”. Ma non solo, attacca la stessa Azienda di via Cassoli, ‘accusandola’ di aver “avuto il coraggio di costituirsi parte civile” nonostante “il servizio richiesto lo abbia avuto dalla cooperativa“. La Coop Bidente inoltre, per Di Giovanni, da tutta la vicenda, ha “subito un danno da oltre 340mila euro, dal momento che ha dovuto pagare la manodopera alle cooperative subappaltatrici a un costo maggiore rispetto a quello che avrebbe comportato l’impiego della propria manodopera“.

Quanto all’accusa di intermediazione illecita e sfruttamento della manodopera, con particolare riferimento alle condizioni igienico-sanitarie precarie dei presunti lavoratori sfruttati, che già avevano denunciato dispositivi di protezione individuale insufficienti o del tutto assenti, il legale ha invece parlato di “conformità” nell’uso dei dpi.

A processo insieme al Cda della Coop Bidente compaiono anche i responsabili delle cooperative “spurie”: il 61enne Abderrahim El Absy della Coop Work Alliance di Cesena, il 63enne Ahmed El Alami della Coop Agritalia di Verona e il 59enne Lahcen Fanane della Coop Veneto Service di San Bonifacio. Per tutti e tre, i loro legali difensori (avvocati Antonio Altieri, Rita Farinella e Laura Biolcati) hanno chiesto l’assoluzione o, in subordine, il minimo della pena.

Il processo tornerà in aula il 18 marzo quando parlerà l’avvocato Nicola Mazzacuva, altro legale del pool difensivo dei vertici della Cooperativa Agricola del Bidente.

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