Cronaca
23 Novembre 2023
Parla uno degli operai che prestò servizio nello stabilimento di Codigoro per le operazioni di bonifica dal virus: "Senza guanti, solo con mascherine, tute e stivali. A volte bisognava andare a cercarne di nuovi nella pattumiera"

Caporalato. Nel capannone con l’aviaria senza saperlo

di Davide Soattin | 4 min

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Codigoro. Si aggiunge un nuovo indagato e ulteriori nuove pesanti testimonianze nella vicenda da cui nasce il processo per il presunto caporalato tra l’Emilia e il Veneto per cui sono finite alla sbarra sei persone. Ieri (mercoledì 22 novembre) infatti in aula è stato sentito un lavoratore indipendente, reclutato per svolgere le operazioni di bonifica dal focolaio di aviaria scoppiato il 5 ottobre 2017 nello stabilimento Eurovo di Codigoro, dove gli inquirenti, coordinati dal pm Andrea Maggioni, avrebbero scoperto un vasto sfruttamento di manodopera di operai stranieri.

L’uomo, chiamato a ripercorrere quei circa due mesi in cui aveva prestato servizio nell’azienda del Basso Ferrarese, ha confermato quanto già altri testimoni avevano dichiarato nelle precedenti udienze, a proposito di orari di lavoro oltre l’ordinario inizialmente pattuito, mancati pagamenti e l’assenza o l’inadeguatezza di dispositivi di protezione individuali per svolgere quel lavoro così delicato, poiché a stretto contatto con la possibilità di contrarre il virus attraverso le feci o le secrezioni dei polli rinchiusi nelle gabbie.

“C’erano più di 3mila polli morti, un capannone che era pieno su tutti e tre i pani” ha esordito, “che erano stati uccisi col gas e che noi dovevamo portare via, prendendoli e poi mettendoli nelle carriole“. “Questo tipo di lavoro – ha proseguito l’operaio – è andato avanti per circa dieci o quindici giorni, poi ci hanno dato un compressore ad aria e un’idropulitrice e abbiamo iniziato a pulire le gabbie per i successivi quarantacinque giorni circa”. “Non sapevo però che c’era un’epidemia, che c’era il rischio di contrarre un virus – ha aggiunto – perché nessuno ci aveva mai informato e non avevamo neanche mai fatto visite mediche prima di iniziare”.

“Ci dicevano solamente ‘dai, dai, dai lavoriamo’ e solo due settimane più tardi ho saputo del rischio contaminazione” ha rivelato, prima di passare in rassegna le dotazioni fornite per evitare il contagio. “Ogni tre giorni – ha spiegato – ci cambiavamo mascherine senza filtri, tute e stivali, ma non avevamo i guanti. A volte però capitava che non ci venissero forniti i ricambi e allora o lavavamo le mascherine oppure dovevamo andare a cercare nuovi dispositivi nella pattumiera e, se non ne trovavamo, il rischio era anche di fare sei giorni con la stessa roba addosso”.

Per quel lavoro, così rischioso, la paga era “di 6 euro all’ora” ha raccontato, spiegando le modalità di retribuzione previste per l’impiego su tre turni: la mattina dalle 6 alle 14, il pomeriggio dalle 14 alle 22 e la notte dalle 22 alle 6. In tutto otto ore giornaliere, ma a volte “facevo anche dieci ore al giorno e due o tre volte al mese mi è capitato di farne anche undici, lavorando sabato e domenica“. “Su un totale di sessanta giorni lavorativi – ha specificato in risposta alle domande del pm – avrò fatto tre o quattro giorni di riposo“.

“Quaranta giorni dopo la fine del lavoro, il capo squadra – ha concluso l’operaio, durante la sua testimonianza in tribunale – mi ha dato 100 euro per due mesi di attività poi, dopo circa tre giorni dalla mia denuncia, mi sono arrivati gli altri soldi, parliamo di altri 600 euro”. In tutto, 700 euro, anche se lui, sentito dalla Guardia di Finanza durante le indagini, aveva riferito di aspettarne “altri 300“.

La vicenda giudiziaria prende le mosse dall’inchiesta sull’incidente stradale avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 novembre 2017 lungo l’autostrada A13 quando, a seguito del ribaltamento del furgone su cui stava viaggiando, Lahmar El Hassan, cittadino marocchino di 62 anni, residente in provincia di Verona, perse la vita. Insieme a lui, sullo stesso mezzo, viaggiavano altri undici cittadini di nazionalità straniera, anche loro tutti residenti nel Veronese, che in quei giorni erano impiegati per l’emergenza aviaria proprio all’Eurovo.

Per quanto accaduto, davanti al collegio del tribunale, presidente Piera Tassoni con a latere i giudici Alessandra Martinelli e Andrea Migliorelli, sono stati rinviati a giudizio i legali rappresentanti della forlivense Cooperativa Agricola del Bidente (Elisabetta Zani, 51enne, presidente, il suo vice Gimmi Ravaglia, forlivese di 44 anni, e Ido Bezzi, 63 anni, dipendente della cooperativa) e poi Abderrahim El Absy della Coop Work Alliance di Cesena, Ahmed El Alami della Coop Agritalia di Verona e Lahcen Fanane della Coop Veneto Service di San Bonifacio, in provincia di Verona.

Nello specifico, Zani e Ravaglia (Coop del Bidente) dovranno rispondere anche del reato previsto per aver subappaltato la bonifica di Eurovo alle Coop Agritalia, Veneto Service e Work Alliance, senza alcuna autorizzazione da parte dell’Ausl. La cooperativa forlivese, infatti, avrebbe ottenuto un appalto da cinque milioni, ma allo stesso tempo avrebbe poi concesso in subappalto ad altre tre società i lavori di abbattimento dei capi di pollame, di pulizia e disinfezione, in maniera – secondo gli inquirenti – indebita e senza l’autorizzazione dell’Ausl.

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