La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di Amanda Guidi, la 33enne accusata dell’omicidio volontario aggravato del figlioletto, il piccolo Karim di appena un anno.
Diventa dunque definitiva la sentenza della Corte d’Appello di Bologna a 14 anni e 8 mesi, che aveva ridotto gli iniziali 22 anni inflitti in primo grado dalla Corte d’Assise del tribunale di Ferrara.
Il fatto avvenne durante la nottata del 17 giugno 2021 nell’abitazione di via degli Ostaggi, mentre il bimbo dormiva nel lettone insieme a lei.
Nel corso delle indagini aveva fatto alcune rivelazioni, ammettendo di fatto di aver ucciso il bambino. Successivamente aveva tentato di ritrattare quanto detto ma gli inquirenti avevano trovato riscontri concreti alle sue prime parole.
Decise di soffocarlo perché – come si leggeva nelle trentasei pagine di motivazioni pubblicate dalla Corte d’Assise del tribunale di Ferrara (presidente Piera Tassoni) – da diverse notti piangeva senza sosta per via dei dentini da latte che gli stavano spuntando proprio durante quelle settimane.
Guidi quella notte aveva bevuto alcolici e assunto cocaina. Un’assunzione frequente, tale che anche il bimbo presentava un’alta concentrazione dei metaboliti per entrambe le sostanze, assunte tramite il latte materno per almeno otto mesi.
La difesa aveva chiesto di valutare il vissuto della donna – costellato anche di plurimi tentativi di suicidio – e posto dubbi sulla effettiva volontarietà del soffocamento (non erano presenti lesioni visibili esteriormente e lei si era lamentata con la madre che non riusciva a dormire perché il bimbo piangeva sempre).
Alla fine, i giudici ferraresi le avevano riconosciuto le attenuanti generiche, dovute anche al passato molto difficile segnato da dipendenze e abusi e al disturbo della personalità borderline evidenziato anche dalla perizia psichiatrica, equivalenti alle aggravanti contestate.
In secondo grado poi i giudici del tribunale della Corte d’Assise d’Appello di Bologna avevano riconosciuto le attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti e così avevano deciso di ridurre la pena da 22 a 14 anni e 8 mesi.
L’ultimo atto è stato scritto lo scorso 17 ottobre dalla suprema Corte di Cassazione che si è espressa rigettando il ricorso dei legali dell’imputata, condannandola al risarcimento delle spese sostenute dalla parte civile e rendendo quindi definitiva la pena comminata in appello. Avendo però a proprio carico una precedente condanna di un anno di reclusione per lesioni personali aggravate (fatti avvenuti nel 2019 a Ferrara) – rimasta sospesa – la pena complessiva da scontare in carcere è diventata di 15 anni e 8 mesi.
“Aspettiamo le motivazioni della Cassazione e continueremo comunque con le opportune iniziative in sede di esecuzione della pena” è il commento degli avvocati difensori Alessio Lambertini e Marcello Rambaldi.
La donna, rintracciata questa mattina (giovedì 23 ottobre) presso il proprio domicilio di Berra dai carabinieri, è stata condotta, al termine delle formalità di rito, presso la sezione femminile del carcere di Bologna dove inizierà a scontare le proprie condanne.
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