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11 Agosto 2024
L’argento olimpico, la bellissima dedica a Filippo Mondelli, il riscatto dopo la delusione di Tokyo: il canottiere Luca Rambaldi racconta la sua Olimpiade nel quattro di coppia con Chiumento, Panizza e Gentili

Luca Rambaldi, la seconda medaglia della città di Ferrara nella storia delle Olimpiadi

di Redazione | 6 min

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È la seconda, storica medaglia della città di Ferrara a un’edizione delle Olimpiadi, dopo quella del 1960 di Orlando Polmonari: è l’argento di Luca Rambaldi, nato al Sant’Anna, che nella finale di quattro di coppia, insieme a Chiumento, Panizza e Gentili, si è arreso solamente ai Paesi Bassi, riscattando però la delusione di Tokyo. Il canottiere ferrarese ha raccontato a Estense.com la sua storia e la sua Olimpiade a Parigi 2024.

La prima medaglia olimpica: cosa significa?

“Si chiude un cerchio. L’ho desiderata da quando a 14-15 anni ho lasciato Ferrara per andare a fare la specializzazione di alto livello per il canottaggio e raggiungere la medaglia. Doveva già arrivare a Tokyo, ma per un errore tecnico in finale ci è sfuggita. Oltre a Europei, Mondiali e Coppe del Mondo mancava la medaglia olimpica, ed è ciò che rende un atleta completo, una consacrazione”.

La dedica di questa medaglia è andata a Filippo Mondelli, prematuramente scomparso.

“Filippo aveva iniziato il suo percorso in Nazionale dimostrando il suo valore. Insieme nel 2017 abbiamo vinto il Campionato Europa nel doppio, e poi terzi al mondiale. Nel 2018 nel 4 di coppia abbiamo vinto Europeo, Coppa del Mondo e Mondiale. L’anno dopo la qualificazione alle Olimpiadi con il terzo posto al Mondiale, poi purtroppo nell’inverno tra il 2019 e il 2020 gli hanno diagnosticato un tumore osseo al ginocchio, e in un anno e mezzo, nonostante terapie e operazioni, se n’è andato. Non è riuscito a essere a Tokyo e nemmeno a sopravvivere purtroppo. Noi e la sua famiglia siamo stati sempre molto vicini, già in Giappone volevamo onorarlo e la famiglia ci aveva dato il tricolore che aveva avvolto la sua bara, da alzare sul podio: non ci siamo riusciti lì, ma a Parigi sì, abbiamo alzato quella bandiera. La famiglia ha anche comprato i biglietti per vederci, è stata una di quelle cose che ci hanno dato il fuoco per raggiungere il risultato”.

A Tokyo il quinto posto ha lasciato desiderio di riscatto.

“Il senso di incompletezza e di rabbia ha gettato benzina su questo fuoco, che ogni atleta ha dentro. Sono quelle cose che ti fanno o smettere o stringere i denti: noi fortunatamente abbiamo stretto ancora di più i denti per arrivare alla medaglia”.

Una medaglia che diventa importante per il movimento del canottaggio.

“Ogni Nazione ha il suo sport nazionale, e qui in Italia c’è solo il calcio. Il canottaggio è uno sport minore a livello mediatico, però il Coni ci dà già importanza: ha riconosciuto che stiamo facendo bene, siamo la seconda federazione in Italia per numero di atleti nominali all’Olimpiade, dove, ricordo, si qualifica esclusivamente l’atleta. Abbiamo portato 37 atleti, dietro solamente all’atletica e davanti al nuoto, ed è un grandissimo risultato in un momento nero. Le due medaglie d’argento sono state a mio avviso un po’ poche rispetto al numero di atleti in gara, ma così si crea movimento e si fa vedere questo sport ai più. Sono sicuro che il canottaggio anche in àmbito ferrarese sia conosciuto poco, e spero che aver portato la prima medaglia olimpica di Ferrara dia più visibilità a questo sport. Gli amici mi hanno detto di essere stato il primo ferrarese ad aver portato una medaglia olimpica. So che Comune e Regione stanno facendo tanti investimenti sul Po di Volano, sulla Darsena e sul Canale Boicelli: mi auguro che arrivino i risultati, rendendo più vogabile tutto il corso d’acqua che va dragato; il Boicelli sarebbe comodo per remare, ed è ottimo per i riscontri cronometrici, ma ci sono rami che sporgono e possono rompere le imbarcazioni: va messa in sicurezza l’idrovia, per un canottaggio più sicuro, anche per i genitori che portano a remare i propri figli”.

Come ti sei avvicinato al canottaggio?

“È una storia un po’ rocambolesca. Da piccolo, in un villaggio turistico al mare nel Sud Italia con i miei genitori, c’erano delle canoe di plastica. Avevo otto anni, e mi piaceva quella canoa. L’anno dopo arriva un volantino a casa per provare il canottaggio alla Canottieri Ferrara sul Po a Pontelagoscuro: i miei genitori mi iscrivono, visto che mi era piaciuta quella canoa. Scopriamo così che il canottaggio non è la canoa: mi divertivo e mi piaceva, in mezzo alla natura e con altri ragazzi. Poi ero più grossetto della media, vincevo nelle prime gare e così ho continuato. È stato un caso fortuito che ha portato a questa svolta”.

Qual è il rapporto che ti lega con i tuoi compagni di squadra?

“Dopo la disfatta di Tokyo ci sono stati diversi dissapori nell’equipaggio, e la direzione tecnica decise di scinderlo, mettendomi in disparte. Ho trovato il mio spazio a disposizione della squadra, creando un ottimo doppio in questi anni: siamo andati a medaglia in gare di Coppa del Mondo e degli Europei, con un doppio realizzato da poco e anche un po’ casuale. Ma poi, per le Olimpiadi, è stato il momento della ‘resa dei conti’ cronometrica: avevamo due barche ma nessuna certezza della medaglia. La direzione tecnica ha deciso di portare il quattro di coppia, chiedendoci di essere professionali e mettere da parte i rancori: così è stato, e con la medaglia abbiamo ricucito i rapporti. Avere l’amicizia è un’arma in più sicuramente”.

Com’è andata la gara? Prima il testa a testa con l’Olanda, poi con la Polonia.

“Verso la metà di gara ho pensato che riuscissimo a staccare meglio la Gran Bretagna, che ci è rimasta incollata fino ai 1500 metri. Dall’altra parte la Polonia iniziava ad andarsene. Ho fatto mente locale: stavamo remando bene, la barca andava forte con colpi al minuto adeguati, più di così non si poteva fare niente. La Polonia ha sprecato troppo e nel finale l’abbiamo ripresa, la Gran Bretagna alla fine ha dovuto lasciarci andare. Ci sono tanti checkpoint in una gara, tante fatiche e crisi. Ci siamo presi l’argento, in una gara impegnativa e di spessore”.

Qual era la routine quotidiana a Parigi?

“Come canottaggio e canoa non eravamo nel villaggio olimpico. Il nostro campo gara è nel bacino a fianco del fiume Marna, vicino a Disneyland: una quarantina di chilometri da Parigi, con il traffico che rallenta gli spostamenti. La direzione e il Coni hanno preso un hotel, che è diventato un hub olimpico di tante altre federazioni in gara: un mini-villaggio a parte. Siamo stati più facilitati, senza alcun problema di cibo e letti: inizialmente mi dispiaceva, perché nel villaggio olimpico puoi avere l’occasione di incontrare grandissimi campioni di fama mondiale di tanti sport. Ma per non perdere performance, alla fine, è andata bene così: è stata una saggia decisione della federazione e del Coni sistemarci vicini al luogo della gara”.

Quale consiglio daresti ai giovani canottieri?

“Gli auguro un percorso più facile del mio, molto travagliato, anche se mi sono tolto le mie soddisfazioni. In generale ai giovani auguro di trovare uno sport o qualsiasi altra passione che li faccia sentire bene, che dia loro una prospettiva di vita e che li faccia realizzare”.

Ti rivedremo in acqua a Los Angeles?

“Non posso promettere niente. Ho patito grossi problemi alla schiena: è stata già dura arrivare a Parigi. Due mesi fa non riuscivo a remare senza piangere per il dolore. Ho messo in dubbio anche queste Olimpiadi, poi con le terapie giuste lo staff medico mi ha messo in sesto. La gara olimpica non è difficile di per sé, ma è complicato l’avvicinamento”.

*titolo e articolo modificato alle ore 12.30

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