Cronaca
12 Marzo 2024
Il giudizio di primo grado a Ferrara si era concluso con l'assoluzione con formula piena

Appello Poligono. Chiesto un anno e mezzo per l’ex sindaco Minarelli

di Davide Soattin | 4 min

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La Procura Generale di Bologna ha chiesto la condanna a 1 anno e 6 mesi di reclusione per l’ex sindaco Nicola Minarelli, imputato con l’accusa di omicidio colposo plurimo per l’incendio al poligono di Portomaggiore.

Nella tragedia, avvenuta il 10 gennaio 2016, persero la vita tre persone: Lorenzo Chiccoli, 73 anni, Maurizio Neri, 66 anni di Masi Torello e Paolo Masieri, 47 anni, di Portomaggiore.

All’ex primo cittadino portuense la Procura generale contestava l’omicidio colposo plurimo e il disastro colposo per l’esplosione del poligono.

Nello specifico, l’accusa mossa al sindaco era quella di aver tollerato o non impedito la gestione del poligono, al quale mancava la licenza.

Per il giudice di primo grado il fatto non costituiva reato, dal momento che Minarelli non aveva “alcuna effettiva conoscenza della situazione di necessità ed urgenza” data dalle “irregolarità” del poligono – “effettive cause di pericolo per l’incolumità altrui” – e per questo motivo non poté intervenire adottando un’ordinanza contingibile e urgente, che avrebbe portato – dietro pericoli “attuali e concreti” – alla sospensione dell’attività.

Motivazioni “del tutto non condivisibili” secondo l’atto di appello, firmato dal procuratore capo di Ferrara Andrea Garau, che parla di “travisamento ed erronea valutazione delle prove risultanti dall’istruttoria dibattimentale”. Questo perché, secondo Garau, era impossibile che il sindaco non fosse a conoscenza dell’esistenza della struttura, priva di qualsiasi autorizzazione amministrativa (fatto questo non smentito dallo stesso imputato).

“Di certo l’esistenza del poligono era nota sin dal 2012 – si legge nell’atto -, come si evince chiaramente dall’esame dei testi in udienza. Il Poligono era dotato di una vistosa insegna, erano stati ampiamente diffusi volantini pubblicitari, era situato in una zona abitata, in un comune di soli 11.000 abitanti con una superfìcie di 126 km/q. Ma anche a voler negare questa evidenza, certamente la comunicazione dell’apertura del poligono era giunta a conoscenza della Polizia Municipale il 5 giugno 2015, quando i Carabinieri della Stazione di Portomaggiore avevano inoltrato all’Unione Valli e Delizie la medesima missiva”.

Il 5 giugno 2015 infatti un cittadino di un Comune limitrofo a Portomaggiore aveva chiesto al proprio Comune di residenza di aprire un Poligono analogo a quello portuense; a questa richiesta era seguita una richiesta di informazioni arrivata all’ing. Cesari, che l’aveva “girata” al sindaco, il quale, a detta della testimone, “aveva ignorato, fino a quel momento, che sul proprio territorio fosse stato costruito un Poligono di tiro privato”.

Il giudice di primo grado poi non avrebbe considerato che i poligoni di tiro, “a prescindere dalle singole licenze necessarie per esercitare l’attività svolta all’interno del poligono (detenzione di armi e munizioni, noleggio di fucili e pistole, queste sì, di competenza della Questura e della Prefettura), erano pacificamente sottoposti ad un regime autorizzativo”.

L’atto di appello contesta inoltre il fatto che Minarelli avrebbe legittimamente “ignorato” le disposizioni normative in materia di poligoni di tiro, “poiché egli si era ragionevolmente convinto della bontà della tesi secondo cui il poligono di tiro, al chiuso, in centro abitato ed adiacente ad altro fabbricato ad uso abitativo, non necessitasse di alcunché sotto il profilo amministrativo”.

E a nulla vale il fatto che la struttura fosse frequentata da vari appartenenti alle forze dell’ordine: “frequentare un locale, esercitare una determinata attività come semplice “partecipante” o “cliente”, non significa affatto essere nelle condizioni per verifìcare la regolarità – tecnica e documentale – deìla struttura stessa” ribatte Garau.

Il sindaco invece avrebbe dovuto, secondo il procuratore capo, nella sua qualità di autorità locale di pubblica sicurezza, garantire “la pubblica incolumità, la quale ha come finalità quella di salvaguardare la vita, l’incolumità fisica delle persone nella sua accezione “collettiva”, in altre parole finalizzata a prevenire che la comunità possa patire danni da eventi fortuiti e accidentali, infortuni e disastri naturali, climatici, e comunque a prevenire l’aggravio dei danni alla collettività attraverso l’organizzazione di forme di prevenzione e di soccorso”.

“Va invece ribadito – concludeva l’appello – che la fonte del pericolo costituito dal Poligono era concreta ed attuale perché derivante da una struttura carente di tutte quelle verifiche, accertamenti e controlli che solo una completa attività istruttoria, finalizzata al rilascio dell’autorizzazione, avrebbe potuto garantire, attesa la “delicatezza”, se così vogliamo definirla, dell’attività che in tale sito di esercitava. A maggiore ragione la presenza della struttura in un centro abitato, a fianco di un’abitazione avrebbe dovuto acuire la percezione del pericolo”.

La richiesta di condanna è arrivata ieri pomeriggio (lunedì 11 marzo) dopo cinque ore di discussione in Corte d’Appello a Bologna.

La vicenda è approdata davanti ai giudici felsinei dopo che la Procura di Ferrara aveva deciso di impugnare la sentenza del tribunale di via Borgo Leoni con cui il giudice Giulia Caucci, il 13 gennaio dello scorso anno, aveva assolto con formula piena Minarelli, nonostante la pm Ombretta Volta ne avesse chiesto la condanna a due anni e mezzo.

Al termine dell’udienza, il processo è stato aggiornato alle 11 di lunedì 25 marzo per repliche.

 

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