Nella giornata di ieri sono sbarcati in Emilia Romagna, e in particolare al porto di Ravenna, 336 migranti soccorsi lo scorso 29 dicembre dalla nave Geo Barents di Medici Senza Frontiere, associazione già Premio Nobel per la Pace nel 1999. Di questi una decina saranno trasferiti a Ferrara, tra loro due o tre donne ma, dalle prime informazioni raccolte nessun minore anche se questi ultimi ne sono presenti 34 di cui 27 non accompagnati.
Da parte di Rete Emergenza Climatica e Ambientale dell’Emilia Romagna arriva la “solidarietà ai migranti e gratitudine per Medici senza Frontiere”. “Persone – scrivono – che hanno bisogno di cure e di umanità, di soluzioni a breve e lungo termine, soluzioni che a tutt’oggi non sono affatto scontate né a Ravenna né in regione, se è vero, per esempio, che le difficoltà a trovare un alloggio appena decente a prezzi affrontabili, sono enormi e spesso insormontabili anche per chi vive dalle nostre parti da anni e lavora regolarmente”.
“Per cui – continuano -, mentre sentiamo di dover ringraziare con tutto il cuore Medici senza Frontiere e le altre organizzazioni che continuano a salvare vite nonostante le istituzioni centrali tendano costantemente a criminalizzare la solidarietà, da una parte rivolgiamo un caldo saluto di benvenuto alle 336 persone giunte al porto di Ravenna, dall’altra sollecitiamo ai poteri locali il massimo dell’impegno nella ricerca di soluzioni stabili di accoglienza e di inclusione”.
L’associazione ambientalista non può che esprimere “soddisfazione nel constatare che a Ravenna non si sono rilevate espressioni di fastidio o di ostilità, né da parte istituzionale né da parte dell’opinione pubblica”. “Adesso – aggiungono -, confidiamo che altrettanto civili e solidali siano le scelte di accoglienza, senza sballottare queste persone in ulteriori eccessivi e spossanti spostamenti”.
Tengono anche a sottolineare che “anche questa volta, la procedura adottata dal Governo italiano è stata quella di inviare le navi umanitarie verso porti lontanissimi dal luogo del soccorso, con il chiaro intento di mettere i ‘bastoni fra le ruote’ a chi compie le operazioni di salvataggio”.
“Tuttavia – dicono -, essendo una Rete formata da tante realtà nate per studiare le criticità imposte dalla crisi climatica e dai disastri ambientali e intervenire su di essi, non possiamo esimerci dal proporre una riflessione più generale: una gran parte delle persone che cercano di arrivare in Italia, così come in tutti i Paesi del ‘nord del mondo’, è spinta proprio dalle catastrofi ecologiche che – sempre più – rendono impossibile la vita in vaste aree del Pianeta“.
Sono moltissime le situazioni “in cui il cambiamento climatico sta innescando grave crisi idrica, crollo delle produzioni agricole e dell’allevamento, desertificazione, scomparsa della biodiversità, impossibilità a mantenere le economie di sussistenza”. Inoltre, le difficoltà causate dai cambiamenti climatici sarebbero, continuano nel ragionamento, “alla base dei conflitti armati e degli i scontri politici-religiosi, in cui le popolazioni civili sono le prime vittime”.
Per questo ritengono “che affrontare il tema dei flussi migratori e proporre soluzioni, debba significare compiere ogni sforzo perché si avviino a tutti i livelli, da quelli planetari a quelli strettamente locali, le giuste scelte per una decisa svolta nelle politiche energetiche e per la fuoriuscita dalla schiavitù delle fonti fossili, la tutela delle risorse naturali, costruendo un nuovo rapporto fra gli esseri umani e la natura nel suo insieme”.
“In questo senso – concludono -, crediamo che la Regione Emilia-Romagna e i nostri comuni non si debbano limitare a ostentare la propria disponibilità a tenere un atteggiamento responsabile nel momento della prima accoglienza, ma debbano anche ripensare in profondità il proprio modello di sviluppo“.
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