Torna nuovamente in aula la vicenda di Lorenzo Lodi, il detenuto 29enne che il 1° settembre 2021, dopo ventiquattro ore nel carcere di via Arginone, usando un lenzuolo e alcuni bastoni, costruì un marchingegno con cui si tolse la vita.
Ieri (giovedì 14 dicembre) infatti, davanti al gip Danilo Russo, si è svolta l’udienza di opposizione alla richiesta di archiviazione dell’indagine a carico del medico Giada Sibahi, dell’ispettrice della polizia penitenziaria Patrizia Fogli e della comandante Annalisa Gadaleta. A loro si aggiunge, con un procedimento separato, l’agente Giuseppe Palermo, su cui lo stesso gip aveva ordinato lo scorso maggio nuove indagini.
Tutti e quattro sono indagati per omicidio colposo in cooperazione per non aver adottato tutte le misure idonee a evitare che l’uomo si suicidasse. Lodi era infatti un soggetto a rischio e il rischio era noto.
L’uomo venne arrestato il 31 agosto dai carabinieri che lo avevano trovato in possesso di 2 kg di marijuana, più di un etto e mezzo di hashish, una pistola rubata (una Tanfoglio calibro 9) e munizioni, oltre a 16mila euro in contanti.
I militari intervennero nella sua abitazione perché la fidanzata e due amici avevano segnalato le sue intenzioni suicidarie, espresse tramite messaggi inviati dal cellulare, una circostanza che, a quanto risulta, venne segnalata dagli operatori dell’Arma anche nel successivo verbale d’arresto. Il 29enne tornò a casa, dove i militari e i vigili del fuoco lo cercavano, e fu lui stesso a consegnare la pistola che aveva in auto. Durante la perquisizione venne trovato il resto.
Lodi venne condotto all’Arginone e, in attesa della convalida dell’arresto davanti al giudice, venne posto inizialmente sotto sorveglianza normale nella sezione Nuovi Giunti. Dopo un colloquio con la Sibahi cambiarono le disposizioni perché aveva manifestato pensieri suicidari e la sorveglianza passo a ‘grande’ con un passaggio di controllo almeno ogni 20 minuti. Nel pomeriggio del 1° settembre Lodi venne trovato privo di vita: si era impiccato usando il lenzuolo presente nella sua cella, un lenzuolo che non avrebbe dovuto essere lì secondo le linee guida da applicare in questi casi.
Alla dottoressa è contestato di non aver dato, nelle proprie comunicazioni di competenza (tra le quali il suggerimento di passare a un grado di sorveglianza più elevato) al personale della Penitenziaria una corretta identificazione del rischio, omettendo di riferire che il giovane aveva ammesso durante il colloquio di aver pensato di togliersi la vita con un lenzuolo. L’ispettrice e la comandante invece, dopo aver ricevuto la comunicazione del rischio modificato, non avrebbero provveduto ad attuare una modalità di ‘grande sorveglianza’ idonea per il caso specifico, in particolare non avrebbero fatto in modo che le lenzuola venissero ritirate.
“Aspettiamo la decisione del giudice con fiducia” ha commentato, al termine dell’udienza di ieri, l’avvocato Antonio De Rensis, legale che assiste i genitori di Lodi.
A difendere la dottoressa Giada Sibahi è l’avvocato Fabio Anselmo, che ha sottolineato: “La mia assistita è stata l’unica ad aver segnalato l’aumento del rischio suicidario nel detenuto. L’ha scritto in cartella, ma l’unità medica e lo psicologo non c’erano. E lei non è psicologa, ma medico di medicina generale. Ha fatto il suo dovere e non ha colpa se qualcuno non ha fatto rispettare il regime di stretta sorveglianza. Dispiace per la triste fine del detenuto, ma lei si è attenuta a quello che è il regolamento“.
Insiste per l’archiviazione della propria assistita anche l’avvocato Denis Lovison, che difende l’ispettrice Patrizia Fogli: “Sono fermamente convinto che l’ispettrice non centra nulla. Si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato ma non poteva prendere alcuna posizione di garanzia nei confronti del ragazzo. Stiamo parlando di una tragedia di cui sono dispiaciuto ma, in assenza di indicazioni precise, la mia assistita non aveva compiti da attuare per riuscire a impedire il suicidio“.
Il gip, che ieri si è riservato, scioglierà la propria riserva nei prossimi giorni.
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