Se ne va a San Benedetto del Tronto, non troppo distante dal suo luogo d’origine, Teramo, ma porterà per sempre Ferrara nel cuore. E’ così che il capo della Squadra Mobile della Questura, Andrea Crucianelli, affronta questo trasferimento dopo anni trascorsi al comando degli uomini “che mi hanno insegnato tanto e senza i quali non si sarebbero potuti raggiungere tanti risultati”.
Non li chiama successi ma risultati, Crucianelli, “perché dietro a ogni indagine c’è sempre una disgrazia, delle vittime e persone che soffrono”, ed è questo suo modo di operare e di concepire il lavoro, dando importanza al lato umano e ai rapporti interpersonali diretti, ad averlo guidato nella sua professione in questi dieci anni trascorsi a Ferrara.
Risultati notevoli, se si pensa al caso Tartari, all’omicidio della signora Avanzi uccisa per pochi spiccioli, ai 120 chili di droga sequestrati in via Marconi con arresto dei corrieri dalla Spagna, ai predoni del cimitero del 2015 e alle indagini sullo sfruttamento della prostituzione con le ‘maman’ nigeriane arrestate, “tutte situazioni che non scorderò mai, senza contare gli innumerevoli servizi in zona Gad, con risultati che cominciano a vedersi”.
Fra queste, ciò che ha segnato maggiormente Crucianelli è l’omicidio del povero Tartari: “Ricordo che era stata segnalata come una rapina, ma quando arrivammo sul posto non c’era il corpo, una cosa stranissima. Ricordo l’angoscia delle ricerche, che abbiamo effettuato scandagliando diverse zone, anche il più piccolo laghetto, e ogni volta che non si trovava nulla si tirava un sospiro di sollievo perché restava ancora viva la speranza di ritrovarlo vivo, fino a quando Rutzo non ci portò nel casolare dove trovammo Tartari morto, legato a terra. Davvero una brutta fine. Ci siamo immedesimati nella situazione terribile subìta dall’uomo, così come in quella dei familiari, Rita e Marco, persone splendide con le quali si è instaurato un bellissimo rapporto e con le quali ci sentiamo ancora”.
Dieci anni di investigazioni non si dimenticano, così come non si dimenticano i primi giorni dell’incarico a Ferrara. “Per me il trasferimento nella città estense fu un fatto bellissimo – spiega Crucianelli – sapendo fra l’altro che poco dopo sarei stato assegnatoi alla Squadra Mobile, un mio sogno che si avverava. Avevo appena 33 anni e da quel momento è iniziata un’avventura indimenticabile, un’esperienza importante per la carriera con indagini anche di alto livello, compiute grazie alla grande capacità investigativa e professionale degli uomini della squadra, dai quali ho cercato di imparare il mestiere con umiltà. E devo dire che mi hanno insegnato tanto. Il mio ringraziamento principale va proprio a loro”.
Crucianelli in questi anni di intenso lavoro alla Mobile ha avuto il tempo di diventare papà di due figli che ora hanno rispettivamente 6 e 3 anni, con tutte le difficoltà che ciò comporta nel conciliare professione e vita familiare. “I bambini – racconta – ti cercano e chiedono perché non sei rientrato a casa, quindi devi ogni volta spiegare e rassicurarli. ma questo fa parte del nostro lavoro”.
Di Ferrara Crucianelli conserverà il ricordo di “una città bella e vivibile, che lascio bella e vivibile, con cittadini che possiedono un alto senso civico e che hanno dato una grande mano nel risolvere i casi più complicati e con i quali ho sempre privilegiato il rapporto diretto, perché abbattere le barriere fra noi e i cittadini pre me è fondamentale”.
Per lui ora si avvicina una nuova avventura, una nuova esperienza che, oltre a portarlo vicino a casa, lo stimola al punto di non vedere l’ora di iniziare. “L’eredità di Ferrara la porto a San Benedetto del Tronto – spiega Crucianelli – e spero di portare anche il mio modo di collaborare con i cittadini e con le altre forze dell’ordine, con le quali nella città estense si è sempre potuto lavorare insieme in armonia. Ecco, spero di poter portare il ‘metodo ferrarese’ anche lì”.
A Crucianelli mancherà tutto questo di Ferrara, oltre “alla vista del Parco Massari, che osservo ogni giorno dalla finestra del mio appartamento ferrarese”, ma soprattutto il ricordo di una comunità nella quale “sono maturato molto rispetto all’inizio, dal punto di vista caratteriale, imparando ad essere meno irruento e più riflessivo prima di prendere una decisione”.
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