È quasi giunto a conclusione il processo per i crolli alla Tecopress di Dosso, causati dal sisma del 20 maggio 2012, e che portarono alla morte dell’operaio Gerardo Cesaro.
Dopo la requisitoria del pubblico ministero Ciro Alberto Savino della settimana scorsa, l’udienza di martedì è stata tutta dedicata alle difese dei quattro imputati, accusati di omicidio colposo e mancato rispetto della normativa sulla sicurezza sul lavoro: il legale rappresentante di Tecopress Enzo Dondi (avvocati Andrea Marzola e Claudio Piccaglia) e per la responsabile della sicurezza Elena Parmeggiani (avvocato Piccaglia e Riccardo Caniato) il progettista del capannone originario (anno 1992) Dario Gagliandi (avvocato Marco Gallina), il geometra Antonio Proni (avvocati Massimo Bissi e Giancarlo Bozzi) e il collaudatore Modesto Cavicchi (avvocato Irene Costantino). Tutti – anche se mancano ancora le conclusioni dell’avvocato Caniato – hanno chiesto l’assoluzione.
“Non era un castello di carte”, ha sottolineato nella sua arringa l’avvocato Marco Gallina, difensore di Gagliandi che ha coperto gran parte della linea difensiva sulla corretta progettazione dell’edificio. Il legale ha evidenziato come la struttura del capannone fosse “più robusta rispetto a quanto previsto normativamente” al tempo della costruzione, contrastando ogni accusa mossa dalla procura: dal mancato rispetto della normativa dell’epoca; alla necessità fin dall’origine di provvedere a una legatura tra travi e pilastri (una mancanza che per l’accusa ha permesso il crollo); passando per il tipo di crollo (non a catena per la difesa), fino alla qualifica data all’imputato (che per la difesa fu solo progettista e non anche collaudatore) e alla competenza del consulente tecnico del pm nel campo dell’ingegneria strutturale.
“L’unico castello di carte è l’impostazione dell’accusa fondata su una base priva di qualsiasi fondamento tecnico e giuridico”, ha rincarato la dose l’avvocato Bissi (difesa Proni).
Le difese Dondi e Parmeggiani hanno rimarcato la non configurabilità di una responsabilità nei confronti dei loro assistiti e l’impossibilità comunque di dare seguito agli ipotetici adeguamenti strutturali ipotizzati dal pm: Tecopress dal 2008 in poi subì una grave crisi e l’adeguamento dei capannoni negli 11mila metri quadrati dell’impianto non era affatto sostenibile.
La Tecopress, chiamata a processo come responsabile civile, ha chiesto il rigetto delle istanze di risarcimento del danno presentate dalla famiglia Cesaro.
E proprio la vedova Cesaro, Catia Zuccheri, ha parlato a margine dell’udienza: “I capannoni devono essere sicuri, i lavoratori devono essere sicuri sotto a un capannone, a prescindere che siano o meno in zona sismica – riferisce ai taccuini -. Non voglio colpevoli, però voglio giustizia: il posto di lavoro deve essere sicuro. Una responsabilità c’è, si poteva fare almeno una verifica”. Per la signora Zuccheri la battaglia è per “avere giustizia, non per un risarcimento”, anche se nessuno, per quella perdita così importante, la ha mai avvicinata per trovare un accordo, come successo invece in altre realtà. L’unico aiuto a livello economico è arrivato – come per tutte le famiglie delle vittime del sisma in Emilia – dalla Ferrari: “L’unico aiuto l’ho avuto da persone che non conosco”. L’aiuto di altro tipo, morale almeno, c’è stato però dalla procura estense, unica ad essere arrivata così in avanti in un processo sui crolli per il sisma, grazie al lavoro del pm Savino: “Ringrazio la procura per essere andata fino in fondo. Ma – conclude amaramente la vedova Cesaro -, perché far sempre le cose dopo e mai prevenire? Perché bisogna sempre arrivare ai morti per poter migliorare le cose?”.
Alla conclusione del processo mancano due udienze: quella del prossimo 12 aprile e quella conclusiva – quando arriverà dunque la sentenza del giudice Vartan Giacomelli – la cui data è ancora da fissare.
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