
Bruno Cavicchi con la moglie Romana
A un anno di distanza dalla tragica notte del 20 maggio 2012, non hanno ancora ricevuto risposta gli appelli di Bruno Cavicchi. “Ho parlato con i politici, coi parlamentari ferraresi del Pd, sono stato ricevuto dalla commissione parlamentare per la sicurezza sul lavoro. Tutti mi dicono che ho ragione e bisogna cambiare questa legge assurda, ma nessuno ha ancora fatto nulla”. Non si dà pace nè vuole farlo Bruno Cavicchi, il cui figlio trentacinquenne Nicola è morto nel crollo del capannone delle Ceramiche Sant’Agostino. “Non posso fermarmi – dice Bruno – perchè viviamo in un paese in cui le persone vanno a lavorare senza sapere cosa accadrebbe in caso di incidente mortale”.
A un anno di distanza dal sisma una delle ferite più difficili da rimarginare è quella dei risarcimenti negati ai famigliari delle vittime. Quattro operai persero la vita nella provincia di Ferrara mentre erano impegnati nei turni di notte. Oltra a Nicola il suo collega Leonardo Ansaloni, di 51 anni, il dipendente della Tecopress Gerardo Cesaro, 59 anni, e Naouch Tarik, operaio ventinovenne della Ursa, a Stellata: tutti morti a causa dei crolli delle strutture in cui lavoravano quella notte. Nella cucina dei Cavicchi è appesa una tavola di ceramica con incastonata la foto di Nicola. “È la sola cosa che ci ha lasciato l’azienda per cui mio figlio ha lavorato 13 anni”, racconta Bruno, anche se dalle sue parole la mancanza più grave è quella dello Stato. “L’Inail ci ha dato un risarcimento di 1936,80 euro, perchè Nicola non era l’unico reddito del nucleo famigliare. Ma come può la vita di una persona valere così poco?”.
Il motivo è nella norma con cui è regolamentato l’ente pubblico per le assicurazioni sul lavoro. Una legge (la n.1124) del 1965 che dalla sua creazione ha ricevuto poche e superficiali modifiche. “È dal ’94 che si parla di modificare questa legge obsoleta – afferma Cavicchi -, che non rispecchia più il modello di famiglia attuale. In questi anni è quasi impossibile trovare una famiglia con un solo reddito, ma le morti sul lavoro intanto continuano”. E le situazioni come quelle della famiglia di Nicola intanto si moltiplicano, dagli altri lavoratori scomparsi un anno fa durante il sisma al caso di Matteo Armellini, il trentunenne morto appena due mesi prima, il 5 marzo, a Reggio Calabria, mentre allestiva il palco per il concerto di Laura Pausini. A tutti viene riconosciuto un assegno come “contributo alle spese funerarie”, ma non un euro di assicurazione, o una cifra che tenga conto dei contributi versati dal lavoratore scomparso.
Sia Bruno che Nicola hanno fatto parte “del sindacato” durante gli anni di lavoro. “Siamo stati iscritti entrambi alla Cisl – racconta il padre con una punta di orgoglio -, e al funerale di Nicola è venuto anche il segretario Bonanni”. Sarà anche per via del suo passato che non vuole lasciare che i suoi appelli cadano nel vuoto. Mentre si concede una sigaretta parla della vita del figlio, di come si fosse ripreso dall’epatite C, dell’amore per il calcio e delle sue ultime fidanzate, ma poi torna sull’argomento che gli sta più a cuore: “Dai miei dati l’Inail ha avuto grossi avanzi di bilancio negli ultimi anni, ma se non svolge la sua funzione pubblica diventa un ente da commissariare. E con tutti gli enti e le aziende che hanno fatto donazioni al territorio dopo il sisma, l’Inail è rimasta in silenzio per tutto il tempo. Noi non siamo affamati di indennizzi, ma queste norme vanno cambiate perché l’Italia è piena di casi come quello di Nicola. E se i giovani in questo periodo devono accontentarsi del lavoro che trovano, devono essere sempre tutelati e risarciti nel caso succedano gli incidenti”.
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