
Il diagramma della presunta spartizioneSono stati sentiti alcuni presidenti di circoscrizione (Girolamo Calò, Leonardo Fiorentini e Patrizia Bianchini) nell’ambito del processo Appaltopoli. Ai politici in carica nella passata legislatura sono stati chiesti particolari sul “deliberone” del 25 luglio 2005, quello che riuniva diversi lavori da svolgere nelle varie circoscrizioni a al centro oggi del dibattimento.
Nel corso di una riunione con i responsabili comunali venne deciso di darvi esecuzione attraverso un’unica delibera di giunta. Per il finanziamenti si sarebbero accesi mutui Bei. Sul carattere di urgenza che ne giustificò l’affidamento diretto i testimoni sono stati concordi nel dire che quei lavori andavano fatti “presto e bene”. E per quanto riguarda la modalità di finanziamento? “Non era di nostra competenza”. Tanto basta per far passare quasi inosservata l’udienza di ieri, se non fosse per l’altro “vip” chiamato al banco dei testimoni: l’ingegnere del Comune di Ferrara Fulvio Rossi, all’epoca dei fatti superiore di Enrico Pocaterra, il dirigente dell’assessorato Lavori pubblici oggi accusato insieme a 12 imprenditori di abuso d’ufficio e turbativa d’asta per la presunta spartizione a tavolino dei 28 appalti del “deliberone”.
Rossi venne chiamato in causa dall’ingegner Amoruso nella sua testimonianza resa in aula lo scorso 27 ottobre. Siamo al 29 settembre 2005. La donna partecipa a una riunione relativa allo svolgimento degli appalti che andavano a rilento. Presenti l’ingegnere capo Fulvio Rossi e la dottoressa Blasi Rossi dell’ufficio amministrativo: “di fronte alle rimostranze della Blasi – disse l’Amoruso – secondo la quale c’erano troppi contratti di affidamento, mi venne detto che dietro lo schema avuto da Pocaterra c’era un accordo con le imprese”.
Così come successo la prima volta che venne sentito (l’audizione è stata ripetuta dopo il cambio del presidente del collegio giudicante), Rossi ha negato decisamente l’episodio, asserendo di aver incontrato l’Amoruso fra ottobre e novembre e solo per avere chiarimenti di alcuni fax.
La pm Patrizia Castaldini gli ha mostrato dunque dei fax, inviati al suo ufficio dall’Amoruso, dai quali secondo la procura risulterebbe l’assegnazione dei lavori prima ancora dell’apertura delle buste. Fogli che vennero dirottati, secondo Rossi, al servizio infrastrutture dal momento che mancava la determina di aggiudicazione. Nulla di strano, insomma, secondo il teste.
Anche l’importo dei lavori sarebbe compatibile con l’affido diretto.
A domanda dei difensori, poi, Rossi spiega che in quel periodo negli uffici comunali si era verificata una riorganizzazione interna e l’Amoruso finì sotto un altro superiore. La professionista non gradì il cambiamento e si sarebbe lamentata con Pocaterra anche del fatto che non le venivano più affidati incarichi di rilievo.
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