Politica
10 Maggio 2010
Franceschini firma, ma Marattin mette in guardia

Acqua pubblica: i se e i ma

di Marco Zavagli | 5 min

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Acqua pubblica senza se e senza ma. È il grido con cui i comitati del movimento per l’acqua hanno manifestato a Roma lo scorso 20 marzo contro il decreto Ronchi. Oggi gli stessi comitati sono in piazza con banchetti per raccogliere le sottoscrizioni necessarie a presentare i tre quesiti referendari contro la privatizzazione di quello che viene ritenuto un bene primario.

E da qualche giorno, a porgere la penna per la firma, c’è anche – a sorpresa – il Partito democratico. Con il discorso di Cortona Dario Franceschini sembra avere, più che mischiato le carte, confuso ulteriormente l’elettorato democratico.

Su questo punto è perentorio Luigi Marattin, della segreteria del Pd di Ferrara, di cui è responsabile del settore Economia: quei referendum sono sbagliati.

Perché il suo no ai tre referendum del Comitato Acqua Pubblica?

Credo sia nostro dovere prima di tutto informare correttamente i cittadini, su un argomento su cui è facile confondersi. Non credo sia utile questa sorta di allarmismo psicologico che vedo in queste settimane da parte del Comitato Acqua Pubblica. Ci vengono a dire che se vogliamo che l’acqua rimanga pubblica dobbiamo firmare i loro tre referendum. Ma qui non c’entra assolutamente nulla il concetto di acqua pubblica. Il fatto che l’acqua e le reti lungo le quali scorre siano totalmente e assolutamente pubbliche è sancito dalla legge Galli del 1994. Nessuno lo mette in discussione. Se vogliamo avere un dibattito serio e utile, dobbiamo evitare gli slogan, specialmente se non corrispondenti al vero.

Inoltre, i referendum del Comitato non si limitano ad abolire la brutta riforma del governo Berlusconi; il referendum che fa questo è quello dell’Italia dei Valori. Quelli del Comitato, invece, aboliscono gli ultimi quindici anni di legislazione in materia, prevedendo che la gestione dell’acqua debba obbligatoriamente in capo ai Comuni.

Cosa succederebbe in questo caso?

A Ferrara servirebbero dai 150 ai 200 milioni di euro per riuscirvi, oltre al problema di accollarsi i 150 addetti di Hera che al momento lavorano nel settore. Una volta fatto questo, gli enormi investimenti che servono per rendere migliore il servizio dovrebbero essere sostenuti dai Comuni. Un imponente sforzo finanziario immediato che, anche qualora le amministrazioni riuscissero a sostenere indebitandosi ulteriormente, porterebbe a tariffe più alte (a causa dei maggiori costi per il gestore).

Come funzione il settore adesso?

La distribuzione di acqua – così come di energia elettrica e gas – non è un settore come gli altri, in cui è possibile (e auspicabile!) avere concorrenza. Le caratteristiche tecniche del settore infatti (principalmente gli elevatissimi costi per la costruzione degli impianti) fanno sì che sia possibile avere un unico operatore sul mercato. Questo gestore– poiché gode di una condizione di monopolio naturale – non è libero di fissare il prezzo che vuole, né di speculare o di guadagnare extra-profitti. Il livello delle tariffe che tutti noi paghiamo viene fissato da Autorità di Regolazione pubbliche, che si incaricano anche di determinare il livello degli investimenti, di controllare la qualità del servizio, e di scegliere il gestore più efficiente. È una falsità quindi affermare che nel settore dell’acqua i privati massimizzano il proprio profitto… non sono loro a determinare il prezzo dell’acqua.

Dove sta allora il fulcro della questione?

Il problema più importante è: come scegliere il gestore? C’è chi dice (il governo) che deve essere per forza privato, o a guida privata. C’è chi dice (il Cap) che deve essere per forza pubblico. Io credo una cosa più semplice: che deve essere quello più efficiente, quello che fa il servizio migliore. La questione è avere un’Autorità di Regolamentazione in grado di scegliere il gestore migliore, essere in grado di controllarlo durante la durata del contratto e assicurare la contendibilità del settore qualora vi sia un operatore più efficiente.

In realtà, non c’è alcun motivo per imporre a priori una gestione pubblica o privata: a condizione che il settore sia ben regolamentato, il gestore deve semplicemente essere quello più efficiente, cioè maggiormente in grado di garantire qualità elevata e tariffe basse. Ci sono pessime gestioni pubbliche e ottime gestioni private, così come eccellenti gestioni pubbliche e catastrofiche gestioni private. Perché far prevalere l’ideologia – di qualunque segno – sulle reali esigenze dei cittadini?

Perché la riforma del governo Berlusconi non andrebbe bene?

La riforma del governo Berlusconi è profondamente sbagliata per due motivi. Il primo: non prevede una forte autorità di regolamentazione. Senza di essa i settori regolamentati non possono funzionare. Il secondo: in modo del tutto centralista, fissa criteri rigidi su tutto il territorio nazionale: a che logica risponde l’obbligo di vendere a privati il 40 per cento delle vecchie aziende in house, o che quelle quotate in Borsa devono scendere al 30 per cento di quota pubblica? Con questa riforma, il governo conferma i suoi limiti: l’allergia verso i mercati regolamentati, la superficialità nel disegnare riforme invece fondamentali.

Eppure alcuni iscritti e dirigenti del Pd (tra cui Franceschini) hanno firmato i referendum.

Beh, riguardo gli iscritti… penso siano lontani i tempi in cui il partito ordinava ai propri aderenti cosa fare e cosa non fare su ogni questione della vita pubblica.  Ora il Partito Democratico si trova in un contesto storico profondamente diverso, anche in Emilia Romagna. L’elettorato è mobile, contendibile, e il Pd deve conquistarsi ogni voto, con parole chiare, messaggi forti e credibili e… il coraggio di sapere innovare.

La proposta del Pd?

Il Partito Democratico, nella sua netta contrarietà alla riforma del governo, sta lavorando ad una proposta di legge molto seria: costituzione di una fortissima Autorità di Regolamentazione, in stretto contatto con le Regioni; un assetto istituzionale competitivo in grado di poter scegliere – in ogni contesto – il gestore migliore; libertà da parte degli enti locali di poter compiere le loro scelte nell’interesse dei cittadini che rappresentano; garanzia di accessibilità totale e universale del bene-acqua, soprattutto in alcune aree del Paese.

Il Pd nazionale ha detto chiaramente che, fatta salva la sua proposta, è pronto al confronto con tutte le iniziative referendarie in campo. E’ un confronto che anche a Ferrara vogliamo intraprendere con convinzione, se gli interlocutori sono disponibili a ragionare sul merito e con serenità.

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