
(immagine di archivio)
Deciderà il gip se qualcosa poteva esser fatto per salvare la vita di Vilma Tessarin. Ieri il giudice Monica Bighetti, al termine di due ore di discussione tra le parti, si è riservata di valutare l’opposizione alla richiesta di archiviazione formulata dal pm Filippo Di Benedetto.
Il caso risale al 9 ottobre 2009. Vilma Tessarin, 61 anni, di Gavello di Rovigo, viene ricoverata nella clinica chirurgica del S. Anna di Ferrara per un intervento all’intestino, colpito da una carcinoma. Ne era uscita solo nel tardo pomeriggio, dopo nove ore di intervento. Di fronte all’aggravarsi delle condizioni della paziente venne eseguito un secondo intervento di laparotomia esplorativa nella notte tra l’11 e il 12 ottobre. Ma la sessantunenne morì in sala operatoria.
Le figlie ed Enrica Piva si rivolsero a un avvocato, Laura Giolo del foro di Rovigo, che formalizzò una denuncia per omicidio colposo, falso e truffa contrattuale. Vennero indagati a vario titolo sette medici: Alberto Liboni, Giorgio Vasquez, Carlo Feo, Serena Lanzara, Barbara Romanini, Licia Lupi e Giorgio Soliani.
Secondo l’accusa privata quell’intervento doveva essere effettuato da un chirurgo diverso e la cartella clinica del secondo intervento, il modulo relativo al consenso informato, che riporta le condizioni cliniche della paziente nei minuti precedenti il decesso e i farmaci somministrati, non era quello originario.
Dopo le verifiche della procura, però, il pm non ha trovato elementi fondanti a carico dei professionisti e ha chiesto l’archiviazione. Di fronte all’opposizione delle persone offese le parti sono tornate ieri mattina nell’aula del gip del tribunale di Ferrara.
“L’accusa di truffa contrattuale è caduta subito – spiega uno degli avvocati della difesa, Marco Linguerri -, dal momento che non esiste nella assistenza sanitaria pubblica un diritto del paziente o del familiare di scegliersi il chirurgo di gradimento”. La consulenza del dottor Giorgio Gualandri, poi aveva addebitato le cause della morte a una “sindrome compartimentale addominale”, ossia, come spiega Linguerri, “una conseguenza nefasta e imprevedibile dell’intervento”.
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