gio 10 Apr 2014 - 690 visite
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Le trame del tempo sullo spazio di una tela

In questo mio blog ho spesso cercato di inserire tematiche artistiche in un ambito di più ampio interesse: la società e la cultura in cui vivo e, tornando a scrivere dopo molto tempo – e qui mi scuso con i lettori che mi hanno seguita in passato – voglio raccontare il mio approccio, un’interpretazione possibile, alle opere che vedete pubblicate a corredo del testo.

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Barbara Scalzotto, Trame A, Trame B, olio su tela

Tra le attività del centro studi Dante Bighi, di cui faccio parte, si svolge una ricerca culturale per proporre diverse visioni della società e del paesaggio contemporaneo. In questo contesto, credo che mettere i propri interlocutori di fronte a forme di espressione artistica sia fondamentale per la crescita intelligente e avveduta di una comunità. Per questi motivi tiro in ballo le opere di Barbara Scalzotto, artista attiva in Veneto, che utilizza il dispiegarsi del paesaggio urbano come superficie di sviluppo del proprio universo segnico. Il mio obiettivo, forse molto ambizioso: stimolare una riflessione e un dialogo a più voci su cosa si intende diventare e su come si vuole crescere e occupare lo spazio vitale.

Come si può notare guardando le sue opere, la ricerca di Barbara ha avuto inizio da un’ossessione per il labirinto che ha acquisito, nel tempo, la forma della città. Una dimensione urbana assediata dagli ingombranti volumi delle architetture moderne, tra le quali si fa spazio a fatica il dedalo di vere e proprie vie di fuga.
Le tele della Scalzotto sono visioni a volo d’uccello, impedite da masse volumetriche stratificate in spazi prospettici, talmente fitte da occludere allo sguardo ogni via di uscita.

Piero della Francesca, Doppio ritratto dei duchi di Urbino, olio su tavola, 1465-1472

Piero della Francesca, Doppio ritratto dei duchi di Urbino, olio su tavola, 1465-1472

Avete mai pensato al Dittico dei Duchi di Urbino epurato delle figure di Federico da Montefeltro e Battista Sforza? Avete mai provato a figurarvelo come puro paesaggio? Provateci. Cosa ne risulta? Una distesa sterminata di terreno timidamente costellato di segni antropici, ricco di vegetazione e corsi d’acqua, resi con tiepide velature di colore. Il piano, di colore delle terre e della vegetazione in primo piano, degradando verso il fondo, si tingono di azzurri a suggerire la lontananza dell’orizzonte. Volendo fare un ulteriore sforzo di immaginazione, decontestualizzando il doppio paesaggio di Piero Della Francesca e collocandolo nella nostra epoca, ecco che quello spazio sconfinato sarebbe stato certamente occupato da costruzioni urbane, che avrebbero impedito all’occhio di scorgere la catena montuosa in lontananza. Da qui ai volumi che si incastrano negli spazi delle due tele intitolate “Trama A” e “Trama B” il passo è breve.
Questo esercizio, in cui ho provato a cimentarmi, è solo uno degli approcci possibili al linguaggio elaborato attraverso la pittura della Scalzotto. Un percorso tortuoso, il mio, forse guidato dall’essere nata in un luogo in cui ancora è possibile la vista dell’orizzonte e dall’abitudine a porre gli ambienti di vita al centro di riflessioni artistiche e di progetti culturali che vengono sviluppati a Villa Bighi.

Canaletto, il Cortile degli scalpellini, olio su tela, 1727

Canaletto, il Cortile degli scalpellini, olio su tela, 1727

Osservando i lavori a lungo e dal vivo, è emersa un’altra chiave di lettura, che vorrei suggerire a chi vorrà visitare la mostra personale di Barbara Scalzotto alla Galleria Alda Costa di Copparo. Questa seconda strada avvicina l’artista ai suoi luoghi d’origine, ripercorrendo la grande tradizione del genere paesaggistico che in Veneto, nel ‘700, riesce a mutuare dal disegno e dal colore gli elementi necessari a rinnovare la rappresentazione dello spazio, rendendone forme e volumi i protagonisti assoluti, grazie alle sapienti invenzioni tecniche di Canaletto.

Il pittore di cui riporto alcune riproduzioni, ha rivoluzionato l’utilizzo del disegno e della pittura «per cui luci e ombre, per determinare la visione stereoscopica, devono continuamente avanzare o retrocedere rispetto all’oggetto cui si riferiscono»* per risolvere quella che Cesare Brandi ha definito «intenzione formale». Probabilmente, nel progetto creativo di Barbara Scalzotto, non c’è alcuna volontà di tenere presente la lezione del massimo esponente del vedutismo veneto.

Canaletto, Dolo sul Brenta, olio su tela, 1728

Canaletto, Dolo sul Brenta, olio su tela, 1728

Tuttavia, nel realizzare i suoi “Percorsi”, creati con velature leggere di grigi, che insistono sotto e sopra il tratto disegnato, arrivando a coprire quasi completamente lo spazio aereo che, per contrasto, è rappresentato con toni caldi, raffreddati da una luce sempre più fioca, Barbara richiama, forse senza alcuna intenzione il maestro del vedutismo.
La più grande delle tante differenze che intercorrono tra queste tele dipinte a oltre duecento anni di distanza?

Se nelle vedute di Canaletto non mancano mai la figura umana, il segno dell’attività dell’uomo e le facciate dei palazzi sono sempre lambite da un corso d’acqua che porta alla via di fuga prospettica, i “Percorsi” della Scalzotto sono spesso “Sentieri interrotti” dalle architetture abbandonate, che assumono sempre più le sembianze del labirinto e dalle mura insormontabili a impedire la vista dell’orizzonte.

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Barbara Scalzotto, olio su tela

I due secoli e mezzo trascorsi dalla realizzazione delle vedute veneziane ci hanno permesso di venire a conoscenza e accettare la presenza dello spirituale nell’arte e digerire i valori neoplastici e, proprio grazie a queste conquiste novecentesche, non è strano, oggi, pensare che la pittura possa rendersi autonoma rispetto alla rappresentazione della figura umana e trovare spazio nei circuiti ufficiali, pur riportando sulla tela spazi disabitati.

Al contrario, l’assenza di figure che compiono azioni all’interno della cornice lascia spazio all’atmosfera di sospensione, aprendo a complesse riflessioni sullo scorrere del tempo e sulla stratificazione dei segni e dei linguaggi.

Questo è un post che finisce con i punti di sospensione, torno a scrivere con la volontà di capire più a fondo l’opera che presento, e chiedo l’apporto dei lettori, ricordando che se ne potrà parlare dal vivo, coinvolgendo anche l’autrice, sabato 12 aprile, a Copparo, in occasione dell’apertura della sua mostra alla Galleria Alda Costa di Copparo.

* Cesare Brandi, Canaletto, Mondadori, 1960

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  • Laura Rossi

    Mia cara Elena, sei un vulcano e mi tenti…Il privilegio dell’artista, è la capacità di cogliere il significato di un’esperienza diversa dall’uomo comune e renderla tangibile.L’opera di Barbara è intrigante e colpisce per la grandiosità dell’insieme, non solo,si percepisce l’atmosfera che l’autrice vuole restituire,costruire, ed è sintomatico che abbia scelto la pittura per poter essere davvero libera.

  • Elena Bertelli

    grazie Laura Rossi, è sempre un piacere leggere i suoi commenti appassionati 

  • Silvana Onofri

    Una “interpreazione” intrigante che stimola a pensare

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