Ven 25 Nov 2022 - 662 visite
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“Discriminate ancora nel grembo”

Sono discriminate e violentate ancora nel grembo della propria madre, vittime di una pratica disumana che, in nome di una perversa disuguaglianza di genere, mina in profondità quelli che sono i valori fondamentali su cui si regge la nostra civile convivenza, dalla difesa della vita, alla dignità dell’essere umano, alla tutela dei diritti dell’individuo.

Fin dagli anni 70′, ovvero da quando le moderne tecnologie hanno favorito la conoscenza prenatale del sesso, “l’aborto selettivo” condanna a morte ogni anno, in tutto il mondo, milioni di bambine, nel silenzio più assordante.

Una drammatica realtà che ci rimanda principalmente a Paesi dove la donna vive una drammatica condizione di emarginazione sociale consolidata nel tempo, e dove soprusi, prevaricazioni, violenze che non di rado conducono a conseguenze estreme, sono diffusi e tollerati.

Paesi asiatici tristemente noti ma anche, e sempre più numerosi, Paesi dell’Europa orientale. E ormai la barbarie della “mascolinizzazione collettiva” sta sempre più prendendo piede anche nel mondo occidentale, dove viene praticata all’interno di molte comunità di immigrati, anche laddove siano integrate in un ambiente socio-culturale che combatte la discriminazione. Confermando il rischio che possa diventare un “normale metodo” di pianificazione familiare su scala sempre più vasta.

Il diritto delle donne all’aborto, esercitato in queste forme estreme, finisce al contrario per rivelarsi una violenza inaudita e intollerabile contro le stesse. Una verità sconvolgente che solo negli anni Novanta venne prepotentemente alla luce. Un rapporto commissionato da una fondazione intergovernativa con sede a Ginevra (Dcaf) e che si avvalse di statistiche fornite direttamente da Onu E Oms, giunse alla conclusione che, per la vastità del fenomeno, si potesse parlare, senza tema di smentita, di un vero e proprio genocidio, in quello che il premio Nobel Amartya Sen definì un “hidden gendercide” di massa.

Questa selezione abominevole, tra l’altro, rischia di creare in tempi non lontani una pericolosa instabilità sociale ed economica, legata principalmente a fattori demografici. Per invertire il trend di questo fenomeno, che pare profondamente consolidato, non è sufficiente stigmatizzarlo.

Come hanno purtroppo dimostrato i fallimenti dei tanti tentativi fatti nei Paesi esposti maggiormente e da tempi più lunghi, cercare di modificare un retaggio culturale che affonda le radici in tempi lontani è cosa che necessita di programmi a lungo termine, che coinvolgano direttamente famiglie e reti sociali.

Sembra dunque ancora arduo il cammino per riuscire ad affermare il valore delle donne e dimostrare che il loro apporto, nella promozione e nella crescita di un modello vincente di sviluppo nella società moderna, è un fattore ineludibile.

Fiorenza Bignozzi, Ande (Associazione Nazionale Donne Elettrici)

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