Ven 24 Giu 2022 - 1692 visite
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‘Il mare nel fiume’, esperti a confronto: “L’acqua salata entra fino a 25 km”

Ieri a Mesola incontro sul grande problema della risalita del cuneo salino tra emergenza attuale e soluzioni possibili. Calderoni: “Usare Pnrr per realizzare un sistema di invasi”

Mesola. La risalita del cuneo salino dal mare verso i fiumi e nelle falde è stato il tema centrale del convegno “Il mare nel fiume” che si è tenuto ieri, giovedì 23 giugno, al Castello della Mesola, organizzato dal Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara, in collaborazione con il Consorzio di Bonifica Delta del Po.

Due enti che si trovano, soprattutto alla luce della forte siccità che sta caratterizzando tutto il nord, a dover affrontare un problema che si sta acutizzando e rischia di provocare danni a lungo termine.

“Quando abbiamo iniziato a pensare al convegno, ormai diversi mesi fa, non avremmo mai pensato di trovarci nel bel mezzo di una delle più gravi siccità della storia recente – dice Stefano Calderoni, presidente del Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara -. Oggi più che mai è necessaria, dunque, una riflessione su una situazione climatica che era prevista e della quale si deve fare carico la politica perché non riguarda solo il primario ma l’ambiente, l’economia, i cittadini e tutto il Paese. L’assenza prolungata di precipitazioni è una vera e propria ‘spada di Damocle’ per agricoltura e ambiente. Il problema del cuneo salino – continua Calderoni – non riguarda, infatti, il presente, perché il sale rimane nelle falde e nei terreni in maniera definitiva e potrebbe compromettere la nostra capacità produttiva in futuro. Per questo dobbiamo progettare e utilizzare i fondi del Pnrr già nel 2023 per creare un sistema di invasi che raccolga l’acqua dai grandi laghi per rilasciarla quando serve”.

L’impatto del cuneo salino e della siccità preoccupa anche Adriano Tugnolo, presidente del Consorzio di Bonifica Delta del Po: “Noi siamo nel Delta e preleviamo acqua unicamente dal Po ma la portata è troppo bassa e fatichiamo a garantirla. Per difenderci dal cuneo salino abbiamo delle barriere ma hanno 30 anni e non funzionano più così bene. L’acqua salata sta dunque entrando fino a 25 km dalla foce e sta mettendo in difficoltà le risaie ma anche le altre colture del territorio. Il tempo è finito, deve intervenire lo Stato per salvare il Delta, con nuove barriere di difesa alla foce per fermare la risalita del cuneo”.

Di fronte a questa minaccia serve un forte intervento dello Stato come spiega Massimo Gargano, direttore Generale Anbi Nazionale: “Nel nostro Paese le riforme vengono fatte solo quando siamo di fronte a un’emergenza che sia climatica o che riguardi l’esigenza di una maggiore autosufficienza alimentare. Questo ha impedito di programmare e pensare a misure strutturali per il Po che è un valore enorme per la produzione agricola e l’ambiente, un valore del quale non possono farsi carico solo le Regioni che attraversa. Per questo bisogna alzare l’asticella dell’agire e pensare in maniera non locale ma statale e chiedere risposte alle istituzioni che devono cambiare, anche emanando una ‘Legge speciale’, la storia del Delta del Po perché se si ferma l’agricoltura si ferma la libertà del Paese”.

Ma quali sono le soluzioni tecniche potrebbero essere attuate per limitare il cuneo salino? Micol Mastrocicco, dell’Università degli Studi della Campania analizza le modalità di risalita del cuneo: “Sappiamo che l’acqua salata non deve risalire nel Po e che dobbiamo tenere invasati tutti i nostri canali e questa ricarica non deve necessariamente essere fatta con quello che abbiamo a disposizione. Possiamo immaginare, infatti, di creare dei bacini disperdenti non solo in alta montagna per aumentare i livelli dell’acqua quando c’è la massima richiesta, ma anche nelle zone pianeggianti. Se avessimo dei bacini disperdenti in prossimità delle aree sabbiose che favoriscono la ricarica, potremmo aumentare la quantità di acqua dolce nel Po e nei canali per garantire l’agricoltura e il benessere ambientale del territorio”.

“La cabina di regia regionale ha avviato lo stato di emergenza regionale, ma pensiamo che su una siccità di questa portata che incide fortemente sulla risalita del cuneo salino, debba intervenire lo Stato e lo debba fare in maniera congiunta, coinvolgendo i diversi ministeri dell’Agricoltura, dell’Ambiente e della Transizione Ecologica – afferma l’assessora regionale Irene Priolo -. Questo perché non possiamo ragionare solo sulle acque ma in maniera circolare pensando anche alla qualità dell’aria e alla produzione sostenibile di energia. Oggi il ‘malato’ è il Po: gli invasi che abbiamo funzionano ma non servono a conservare e rilasciare tutta l’acqua necessaria. Servono, dunque, nuovi interventi e in campo ci sono 250 milioni di euro per il piano invasi e i 355 milioni del Pnrr: dobbiamo usarli bene, per realizzare progetti cantierabili e che sarà possibile portare a termine entro il 2026. Fare una vera transizione energetica significa mettere insieme tutti gli elementi e possiamo farcela perché i Consorzi dell’Emilia-Romagna sono certamente interlocutori all’altezza, capaci di lavorare senza attento e concreto”.

Le conclusioni del convegno sono affidate a Francesco Vincenzi, presidente Nazionale Anbi: “Oggi il problema del Po incide non solo sull’agricoltura perché potremmo trovarci a perdere questi territori da tutti i punti di vista: agricolo, ambientale e sociale. Occorre una legge, chiamiamola speciale o straordinaria, che metta in sicurezza il Bacino del Po perché diventi un’opportunità per il nostro Paese che deve accelerare sul Pnnr, tagliando la burocrazia per non farci rimanere una cenerentola dell’Europa. Crediamo che la risposta continui a essere quella del 2017, quando siamo riusciti a rimettere sul piatto il piano invasi in Consiglio dei Ministri. Oggi lo riproponiamo pensando a un sistema di piccoli e medi laghi per trattenere tutta la pioggia possibile in maniera sostenibile. Un sistema che serve all’agricoltura per aumentare l’autosufficienza alimentare, all’approvvigionamento energetico perché si potrebbero realizzare impianti fotovoltaici galleggianti e anche al turismo. Parliamo, dunque, di un modello di gestione delle acque virtuoso e sostenibile, realizzato per garantire il futuro alle nuove generazioni”.

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