
La scena dell’incidente
Dopo cinque anni, tra indagine e processo di primo grado, può tirare un bel sospiro di sollievo A.C., una donna di 60 anni accusata di omicidio stradale e omissione di soccorso. La giudice Sandra Lepore l’ha assolta ieri “perché il fatto non sussiste”.
Secondo la procura, che aveva chiesto una condanna a tre anni di reclusione, la donna avrebbe provocato la morte di Mario Baccara, 84 anni, avvenuta due mesi dopo l’incidente di cui fu vittima il 7 aprile del 2017, in viale Savonuzzi a Pontelagoscuro. Secondo la ricostruzione dell’incidente, mentre era in sella alla sua bici andò a sbattere contro la portiera aperta dell’automobile alla cui guida c’era l’imputata, che invece ha sempre negato vi fosse stato alcun impatto. Dopo aver ricevuto le prime cure da un’infermiera che si trovava già sul posto, l’uomo venne affidato al 118. Morì a due mesi di distanza, dopo essere rimasto in osservazione per alcuni giorni all’ospedale di Cona, essere stato trasferito in una struttura privata e poi dimesso, prima di dover essere di nuovo ricoverato, purtroppo con esito infausto.
Il tribunale non ha, in tutta evidenza, aderito alla ricostruzione dell’incidente e del nesso di causalità proposta dalla procura: le motivazioni verranno depositate entro 90 giorni.
“C’erano profili di dubbio circa il nesso causale tra l’evento morte e il sinistro, riguardanti varie concause medico-legali che si sono susseguite nei giorni seguenti all’evento traumatico – analizza l’avvocato Enrico Segala, che assiste l’imputata -. La nostra perizia medico legale del dott. Fabio Baticci ha dimostrato che non era possibile ricondurre l’infarto intestinale causato dallo strozzamento delle ernie diaframmatiche all’evento traumatico del 7 aprile.
Anche sulla dinamica del sinistro, la mia assistita si è ritenuta sin da subito estranea ai fatti, ma come lei tutti i presenti, tanto che fu certo chiamata l’ambulanza ma nessuno pensò di chiamare i vigili. Attenderemo le motivazione del giudice per vedere se e quanto sono state condivise le scelte difensive. Una sentenza favorevole per la mia assistita – commenta infine l’avvocato – che è ora libera da un fardello che pesava su di lei da cinque anni, dato che prospettava per il fatto una pena da cinque a dieci anni di reclusione”.
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