Ven 25 Mar 2022 - 90 visite
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La disinformazione è colpa delle piattaforme?

Come un podcast su Spotify ha svelato il dilemma informativo del mondo digitale

di Edoardo Righini

Come in tutte le cose, si parte dal molto piccolo per arrivare al molto grande e talvolta per capire questioni molto complesse basta raccontare una cosa semplice.

È di qualche tempo fa una (piccola) polemica digitale che ha avuto tre protagonisti molto noti.

Il primo è Neil Young, vera e propria leggenda musicale canadese di caratura internazionale, che non ha certo bisogno di presentazioni.

Il secondo protagonista, un po’ meno noto in Italia, ma molto noto negli Stati Uniti, Joe Rogan, comico, personaggio televisivo e soprattutto autore di “The Joe Rogan Experience”, nientemeno che il podcast attualmente più ascoltato del mondo.

Il terzo protagonista non è, invece, una persona, ma una piattaforma che fornisce all’intera popolazione globale ore e ore di contenuti audio di vario tipo, Spotify.

E proprio su Spotify Young e Joe Rogan “si incontrano”, visto che entrambi la utilizzano per diffondere canzoni nel primo caso e puntate esilaranti nel secondo.

Lo scontro nasce quando Neil Young minaccia di togliere tutte le proprie canzoni dalla piattaforma come forma di protesta per la mancata censura di “The Joe Rogan Experience”, che dà spazio a diverse posizioni no vax.

O Rogan o Young, in sostanza ha detto il cantautore.

La piattaforma non ha rimosso il podcast.

Il cantautore ha rimosso le proprie canzoni, perdendo incidentalmente il 60% delle proprie entrate.

Al netto delle singole posizioni di ogni personaggio coinvolto, questa storia apparentemente semplice apre un tema complesso: le piattaforme come Spotify, possono essere “responsabili” dei contenuti che veicolano?

La domanda è tanto più urgente se si considera che Spotify come altre piattaforme (Twitter e Facebook per dirne due) hanno acquisito in questi anni il ruolo di fonti di informazioni primarie per moltissime persone.

Del resto, non è un caso che dopo il boom dei social network ci sia stata anche una diffusione incredibile delle fake news, rinfocolate ulteriormente dalla propaganda no vax.

Questo ha spinto molti a chiedere maggior controllo ed eventualmente censura proprio a queste stesse piattaforme, ritenendo un loro preciso dovere quello di “sorvegliare” i contenuti ed evitare che gli utenti facciano disinformazione.

Twitter, ad esempio, ha iniziato a utilizzare l’indicazione di “fuorviante” per tutti quei tweet che contengono informazioni sul Covid non verificate.

Anche Facebook, da parte sua, ha dichiarato di star combattendo le “bufale” sospendendo migliaia di profili o gruppi di disinformatori.

E questo è un bene, se Facebook, Twitter, Spotify fossero editori, cioè se avessero una responsabilità editoriale per ciò che viene pubblicato in rete. Ma questo vorrebbe dire dover rispondere non solo per le fake news, ma anche per i numerosi casi di cyberbullismo, razzismo e istigazione all’odio che sui social sono all’ordine del giorno.

Inoltre vorrebbe anche dire riconoscere alle piattaforme la libertà di rendere invisibile un post, censurare un commento o rimuovere una foto non sulla base della normale netiquette, ma di una vera e propria linea editoriale, che valorizza alcuni contenuti e ne tralascia gli altri.

Ma Facebook, come Spotify, non nascono con un intento editoriale, sono piattaforme che offrono condivisione di materiale spesso non creato da loro.

La loro posizione è ibrida e sfrutta una zona grigia che in qualche modo deve essere chiarita (ma poi da chi? dal legislatore? dall’azienda?) nel massimo bilanciamento tra libertà di espressione, giusta informazione e sostenibilità dell’attività economica.

Si può poi decidere che arbitrariamente siano le piattaforme a stabilire cosa può essere condiviso e cosa no, controllando gli utenti.

Ma se saranno le piattaforme a controllare gli utenti, chi controllerà le piattaforme?

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