Sab 15 Gen 2022 - 84 visite
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Se l’arte si fa digital

Tutti parlano di NFT, ma cosa sono concretamente? Più che un’opera d’arte sono una firma

di Edoardo Righini

Sebbene già nel 2021 abbiano fatto molto parlare di sé stessi, sarà il 2022 l’anno di definitiva consacrazione degli NFT, che per i più sono le “opere d’arte digitali” che stanno completamente trasformando il mondo dell’arte e non solo.

La fine dell’anno scorso, infatti, è stata segnata da due fenomeni digitali che ripromettono di diventare una realtà consolidata nella vita (e nell’economia) di tutti: le cryptovalute e gli NFT.

Entusiasmo a parte, una domanda è lecita: cosa sono gli NFT?

NFT è una sigla che sta per “Non Fungible Token”, letteralmente “gettone digitale non fungibile”, ovvero non riproducibile.

Quindi un NFT è qualcosa di non copiabile, di unico, come un’opera d’arte, appunto.

Ma come sempre le cose non sono così semplici: un NFT, infatti, non è un’opera in senso stretto; è più un modo per identificare in modo inequivocabile, sicuro e certo un prodotto digitale creato su internet, sia esso un’immagine, un video, un tweet.

In questo senso, un NFT svolge quasi la stessa funzione di una firma: quando uno di questi artefatti digitali è attestato con un NFT allora significa che quello e solo quello è l’originale.

Tuttavia l’aspetto più interessante degli NFT non è solo la loro capacità di assicurare l’originalità di un prodotto digitale, quanto il fatto che forniscono una sorta di certificato di proprietà in favore di chi le acquista.

Chi compra un NFT, infatti, non compra in sé e per sé l’oggetto, bensì si assicura la possibilità di rivendicare un diritto su quella determinata opera davanti a tutti.

Tutto questo è possibile grazie agli smart contracts, che sono dei protocolli informatici che facilitano la verifica e l’esecuzione di un contratto che è stato redatto e concluso in formato digitale, e alla blockchain, che è un registro digitale condiviso e immutabile dove è possibile memorizzare tutte le transazioni di dati senza che gli utenti possano modificarle o eliminarle.

Solo grazie a questi due strumenti è possibile garantire la tracciabilità, la trasparenza e la verificabilità dei trasferimenti e, di conseguenza, costruire un mercato in cui le opere possano essere comprate e vendute.

E ora che questo mercato è stato aperto, difficilmente si può immaginare di tornare indietro, anche per la sua stessa rilevanza economica.

Basti pensare che il primo NFT – Quantum, un’animazione di forma ottogonale che cambia tutte le volte che la si guarda e che risale addirittura al 2014 – è stato venduto da Sotheby’s per circa 1,5 milioni di dollari; per non parlare di quello creato da Beeple, uno dei digital artist più quotati al mondo, che è arrivato a toccare i 70 milioni di dollari.

Soldi veri in cambio di un’opera salvata in formato digitale e che, dunque, non è altro che una stringa compressa di codice binario che può essere calcolata solo da chi ha l’NFT e che viene memorizzata proprio nella blockchain.

È chiaro che qualcosa di grosso sta accadendo, se non è già accaduto, ma una domanda di fondo probabilmente resta: quanto c’è di arte vera in ciò che sembra per ora un affare digitale?

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