Cronaca
30 Aprile 2021
Dall'indagine su un ‘evento critico’ avvenuto all'Arginone nasce il processo a carico di un sovrintendente e un ispettore della Penitenziaria

Un detenuto si cucì la bocca per protestare contro le violenze subite in carcere

di Daniele Oppo | 4 min

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Un’indagine partita da un “evento critico” avvenuto nel carcere di Ferrara nel giugno del 2017: un detenuto si era cucito le labbra con del filo per protestare contro le vessazioni subite da parte di due agenti della Polizia penitenziaria. Quei due agenti, l’ispettore Roberto Tronca e il sovrintendente Geremia Casullo, sono oggi a processo accusati a vario titolo per una serie di reati che vanno dalla tentata violenza privata all’abuso di autorità contro detenuti nel carcere di Ferrara, con l’aggravante dell’odio razziale, fino all’istigazione e al concorso morale in danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale.

Entrambi hanno già avuto a che fare con la giustizia: Tronca è stato condannato in abbreviato a un anno per tentata violenza privata nei confronti di un detenuto, mentre Casullo è attualmente tra gli imputati nel processo per tortura.

Nell’udienza di ieri, giovedì 29 aprile, sono stati sentiti alcuni testimoni della pubblica accusa (pm Isabella Cavallari), tra i quali Mauro Palma, garante nazionale dei detenuti, Stefania Carnevale che è la garante locale e il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, Enrico Sbriglia. Tutti e tre hanno riportato quanto appreso nella loro attività ascoltando i detenuti e di essere a conoscenza, ovviamente de relato, di precedenti comportamenti forse fuori dalle righe da parte dell’ispettore.

Più nel dettaglio delle imputazioni è invece sceso il maggiore Gabriele Port, del Nucleo investigativo dei carabinieri, incaricato proprio di approfondire l’episodio della bocca cucita, su segnalazione proveniente dal carcere.

Da uno che era, gli episodi da approfondire si moltiplicarono fino a tre e poi cinque. Quei “casi critici”, come si chiamano le manifestazioni di protesta o autolesionismo in carcere, pare che fossero collegati. “Altri due detenuti – ha spiegato Porta – volevano essere trasferiti: uno per attività lavorativa e un altro perché subiva vessazioni”. I carabinieri fecero degli “approfondimenti su percosse e istigazione agli atti di protesta per farsi trasferire”.

Quelli che per l’accusa sono casi di (presunte) violenze e istigazioni da parte di Tronca e Casullo, per la difesa sono invece quasi una tecnica usata dai detenuti: “Sono episodi frequenti fra la popolazione carceraria – osserva l’avvocato Denis Lovison che difende entrambi gli imputati – perché consentono, in base alle circolari e alle disposizioni interne dell’amministrazione penitenziaria, di essere trasferiti rapidamente quando accusano qualcuno. Chi non è soddisfatto di un carcere e magari ha fatto tante volte richiesta per andare da un altra parte e non viene accontentato basta che denunci un agente e, tempo zero, viene trasferito nemmeno troppo lontano”.

L’uomo che si era cucito la bocca era Medhi Mejri, oggi irreperibile perché espulso dall’Italia a fine pena perché irregolare.

In carcere, ha raccontato ai giudici la comandante della Penitenziaria di Ferrara, Annalisa Gadaleta, “era integrato, aveva partecipato a un flash mob, faceva l’arbitro di calcio e il barbiere. Voleva la semi-libertà. Non era riottoso e non era pericoloso”.

Gli mancava ancora poco da scontare, sarebbe uscito a febbraio 2018, quando, il 7 giugno del 2017, si cucì la bocca e iniziò uno sciopero della fame. “Lo convocai in ufficio che aveva la bocca ancora cucita – ha detto Gadaleta -, lui diceva che voleva lavorare di più e che era stato picchiato da Tronca e Casullo. Dopo il colloquio si scucì la bocca”.

Mejri raccontò la stessa cosa anche al direttore del carcere, Paolo Malato, ma non denunciò mai le percosse ricevute, né ci sono agli atti referti medici che dimostrino eventuali lesioni, anche perché non sembra chiaro l’arco di tempo in cui sarebbero avvenute le violenze, se mai sono avvenute.

Pochi giorno dopo, il 17 giugno, un sabato, si apprende sempre dal racconto della comandante, accadde qualcosa di molto inusuale. Un detenuto, Zied Baghouri (incarcerato per omicidio e deceduto suicida nel carcere di Reggio Emilia), con problemi psicofisici e che già aveva manifestato insofferenza per la detenzione nel carcere estense, diede vita a “episodi di autolesionismo e danneggiamento della cella perché voleva essere trasferito”.

La cosa strana è che “in quella serata diversi detenuti avevano posto in essere eventi critici”, cinque in tutto, tra i quali anche Mejri. “La cosa mi stupì un po’ – ha osservato Gadaleta -, informai il direttore che parlò con tutti i detenuti e la cosa rientrò verso le 22. L’indomani il direttore mi disse che i detenuti gli avevano detto che Tronca e Casullo gli avevano suggerito di fare così per essere trasferiti”.

Alla comandante “sembrava molto strano che non ci fosse una motivazione per quegli atti, è raro che non dicano il motivo, ma Tronca mi disse che non c’era, tranne che per Baghouri che non credeva alle parole del direttore Malato”.

Il lunedì successivo venne coinvolto il magistrato di sorveglianza “che rimase dall’ora di pranzo fino alle 18-19”. Poi nel giro di poche ore vennero effettivamente trasferiti tutti e cinque.

L’udienza è stata aggiornata al prossimo 19 maggio.

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