Mer 28 Apr 2021 - 4376 visite
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“Prete pedofilo” per il gip. La vocazione all’incontrario di don Rugolo

Il don non ha mai dimostrato segni di pentimento. Notte e giorno sui siti porno a cercare 'teen'

Aveva a che fare con decine, forse centinaia di giovani ogni anno. Aveva anche creato un gruppo parrocchiale, Progetto 360, divenuto di fatto un bacino cui attingere per le sue perversioni.

Il profilo che il gip del tribunale di Enna Luisa Maria Bruno tratteggia nella sua ordinanza di applicazione della misura cautelare ricalca “l’agire tipico della devianza sessuale caratteristica del pedofilo”.

Don Giuseppe Rugolo, 39 anni, è al momento indagato per violenze sessuali aggravate nei confronti dell’unica vittima – che oggi ha 27 anni – che al momento ha avuto il coraggio di denunciarlo. Si parla di abusi avvenuti a Enna dal luglio 2009 al maggio 2011.

Gli atti di libidine e molestie sessuali continuarono fino al 2013 (quando la vittima era ormai maggiorenne) nella parrocchia, a scuola, in sagrestia, nel Grest estivo, approfittando dei dubbi della vittima circa l’incertezza di avere una vocazione religiosa attraverso una “subdola condotta di persuasione”, come scrive il giudice. Dal fatto sarebbe derivato alla persona offesa “un grave pregiudizio morale e psicologico” che dura fino al presente.

L’indagine della squadra mobile siciliana vede altre due parti offese. Due minori di 16 anni che gli erano affidati per ragioni di istruzione ed educazione alla religione cattolica. Don Rugolo all’epoca era collaboratore canonico ed educatore del gruppo Azione cattolica e responsabile del gruppo giovanile “360” e poi sacerdote. “Abusando di tali ruoli” molestò i due minori dal 2015 al novembre 2019.

L’ordinanza di 44 pagine che ha permesso l’arresto domiciliare del sacerdote, attualmente ospite della diocesi di Ferrara a Vigarano Mainarda, elenca le varie dichiarazioni di coloro che a vario titolo hanno avuto occasione di rapportarsi con l’indagato.

E quella che emerge è l’immagine di “un soggetto dal forte carisma, una ‘prima donna’ – annota il gip -, consapevole dell’ascendente che esercitava sui giovani”. Con loro “assumeva il ruolo di amico e consigliere riuscendo così, anche grazie al senso di soggezione indotto dall’abito talare, a manipolare il pensiero e la volontà per fini anche turpi”.

Grazie alla posizione di seminarista prima, e poi quella di parroco – don Rugolo è anche docente di scuola secondaria – aveva creato il ‘progetto 360’, concepito come centro di aggregazione e orientamento per i giovani con problemi legati all’età, “divenuto di fatto platea per la selezione di soggetti particolarmente fragili con cui instaurare particolari legami”.

Diversi sono i testimoni che riferiscono dell’abitudine del don di organizzare incontri a scopo ricreativo che “prevedevano il pernottamento dei partecipanti in compagnia dell’indagato”. Per quelle ore antelucane, il prete si era riservato uno stanzino separato, provvisto di letto, che condivideva con una vittima. Fuori dalla porta, a mo’ di dormitorio, tutti gli altri. Il sacerdote era “riuscito a manipolare a tal punto le menti dei giovani”, che la cosa “non aveva suscitato meraviglia o disapprovazione”. Si era insomma guadagnato la loro “complicità e il silenzio”.

Una strategia, un modus operandi, quello descritto dai giovani testimoni che “ricalca l’agire tipico della devianza sessuale caratteristico del pedofilo: una volta carpita la fiducia del minore, questi veniva costretto a instaurare un rapporto sentimentale esclusivo, venendo minacciato o subendo, per ritorsione, il distacco, la denigrazione o l’isolamento dal gruppo nel caso intendesse interrompere la relazione o stringere relazioni sentimentali con altre persone”.

Ma a provare quelle “abitudini sessuali che sono state e sono tuttora caratterizzate da note di perversione” ci sono anche supporti informatici.

Dall’analisi del computer di don Rugolo è emerso che era solito navigare “in modo sistematico e maniacale, a qualsiasi ora del giorno e della notte” (mediamente 60 volte al giorno negli ultimi dieci mesi) su siti pornografici. La parola che più cercava era “teen” (adolescente in inglese).

Dall’esame del materiale sequestrato sul cellulare ne deriva poi “un profilo psicologico connotato da una forte dipendenza dal sesso, a sua volta contraddistinta, oltre che da note di blasfemia, da un’evidente predilezione per i giovani adolescenti”.

E sembrano mancare anche segni di pentimento. In una delle intercettazioni telefoniche l’indagato parla con un prete ‘amico’. Gli confida la speranza che “una volta trascorsi dieci anni dal giorno in cui la persona offesa aveva compiuto 18 anni lui non sarebbe stato più perseguibile”.

I suoi piani vanno in frantumi quando il ragazzo lo denuncia. A gennaio di quest’anno i social e i giornali locali diffondono la notizia di un prete allontanato da Enna per aver abusato sessualmente di alcuni giovani del luogo. Emerge il timore del 39enne di veder naufragare il suo progetto di rientrare a Enna. Infine “la dolorosa presa d’atto” dell’avvio dell’indagine penale nei suoi confronti, “senza traccia di pentimento alcuno”.

Tutte condotte e profili che giustificano secondo il giudice ennese l’arresto. Una misura cautelare motivata dal pericolo di reiterazione di violenze sessuali vista “l’inclinazione dell’indagato a cedere alle pulsioni sessuali in maniera incondizionata, ossia senza timore delle conseguenze delle sue azioni – che pur avevano trovato una certa stigmatizzazione nell’indagine canonica aperta a suo carico e nel trasferimento ad altra diocesi – oltre che in spregio dei principi del culto del quale egli è ministro”.

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