Lun 8 Mar 2021 - 2391 visite
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Ovadia: “Sono un comunista odiato dalla sinistra”

Lunga conversazione con il direttore del Comunale tra sionismo, polemiche, progetti e una pensione da... totem

Moni Ovadia

(Archivio Fondazione Teatro Comunale di Ferrara / foto Marco Caselli Nirmal)

Ha combinato un bel casino…

Vede, io non sono sorpreso. Io mi aspetto il peggio da questo Paese. Io non sono mai stato sul libro paga di nessuno, ho sessant’anni di militanza nella sinistra. Non ho mai avuto una tessera in vita mia. L’ultima mia esperienza è stata con la lista Tsipras nel 2014.

Lo so, lo so, non ci infervoriamo. Dicevo solo che la sua nomina a direttore del Teatro Comunale di Ferrara ha creato, diciamo, qualche sconquasso.

Ho preso consapevolezza che i partiti non sono più quei corpi intermedi che dovrebbero essere. Sono tutti autoreferenziali. La politica per me non esiste più. Esiste la partitica, lo scontro tra i partiti, cosa alla quale non sono interessato. Ho creduto che la sinistra potesse trovare una via e invece è stata catastrofica, almeno negli ultimi 30/35 anni. Ma questo non significa che io abbia cambiato i miei ideali.

Non l’ho mai detto né insinuato. Da cronista, appuntavo quello che è successo nelle ultime settimane.

Guardi, credo che piuttosto che affidarmi un incarico, il Pd avrebbe nominato un deficiente. E questo solo perché io non sono uno yesman. Da 30 anni sono piuttosto conosciuto, ho fatto delle cose molto singolari in questo paese. Sono, diciamo, un fenomeno unico, questo è un fatto. Eppure non è mai avvenuto che qualcuno mi chiamasse per uno scambio di idee sulla cultura. Tranne che in concomitanza di elezioni.

Forse ha sbagliato interlocutori, non idee.

Le mie idee sono molto più vicine alla sinistra radicale, perché io mi considero un comunista. Un comunista secondo quello che diceva Karl Marx: a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità. Questa è la definizione di comunismo.

Io preferisco la definizione che si evince da un verso della cilena Violeta Parra: “la moltitud es el hombre que yo amo”. Ma non credo siano in contrapposizione. Forse il socialismo in Europa dell’Est ha perso contatti con il romanticismo della rivincita. Sintetizzando: nell’Est Europa era organizzazione, in Sudamerica ribellione. A ognuno la sua sinistra, anche se io preferisco la seconda.

Io ho sempre creduto nei valori della giustizia sociale, dell’uguaglianza, della pace, senza i trucchetti delle guerre umanitarie. Noi abbiamo un articolo della Costituzione che è abbastanza chiaro.

Non ho bisogno dei miei pigri studi giuridici per ricordarmi dell’articolo 11, la Repubblica ripudia la guerra.

E allora capirà che inventarsi nuovi nomi per vecchie storie non aiuta. L’Italia ripudia la guerra? Bene, in Iraq abbiamo avuto un milione di morti. Per costruire cosa? Vogliamo parlare della Libia?

Parliamo anche dell’ex Jugoslavia. Fu di D’Alema la firma sui bombardamenti aerei che arrivavano da Aviano.

È questo il punto. Alla fine mi sono distaccato anche dalla cosiddetta sinistra radicale. Che senso ha parlare di vicinanza alle masse e scoprire che loro votano da tutt’altra parte? Facciamoci due domande.

Moni Ovadia

(Archivio Fondazione Teatro Comunale di Ferrara / foto Marco Caselli Nirmal)

Ne basta una una. Perché?

Perché non c’è stata più elaborazione teorica, ma solo ripetizione di slogan.

Non rischiamo di cadere nel qualunquismo? Facciamo nomi, indichiamo date e denunciamo fatti.

Io non nutro sentimenti di ostilità, però dico quello che penso. E penso che aver lasciato che uno come Renzi prendesse la segreteria del Partito democratico significa che tu ti sei sfasciato da tempo. Perché Renzi non solo non è di sinistra, ma si è dato il compito di distruggerla la sinistra!

Su questo credo che pochi, nel loro intimo e non pubblicamente, nutrano dubbi.

Non lo so cosa pensano quei pochi o quei molti, io continuerò la mia attività solidale – come già sto facendo – con Libera, con Emergency, con associazioni di questo stampo. O continuerò a essere presente nelle piccole fabbriche quando mi chiamano gli operai in difficoltà. Così come continuerò a difendere la causa dei palestinesi e dei loro diritti.

Per dipingere a parole la questione palestinese, Edward Said parlava di un uomo che per scappare dall’incendio della casa si gettava in strada e atterrava sulla testa di quello che passava sotto la finestra…

Said è stato un intellettuale straordinario. Insieme a Daniel Barenboim ha fondato la West Eastern Divan Orchestra dove suonavano musicisti provenienti da terre in conflitto tra loro come Israele, Egitto, Giordania, Siria, Libano, Palestina.

Sarebbe bello vedere un prodigio di quel tipo a Ferrara.

Io ho un rapporto di amicizia con Omer Meir Wellber, direttore d’orchestra israeliano che è stabile a Palermo e a Vienna. Spero di portarlo qui. E lui, così come tutti gli artisti israeliani, saranno i benvenuti sotto la mia direzione, però senza che il governo israeliano approfitti di questi artisti per farsi propaganda. Pensi allo stesso Meir. Ha scritto Storia vera e non vera di Chaim Birkner, un bellissimo libro che racconta la storia dell’uomo più vecchio di Israele che decide di lasciare un paese sempre più estremista per tornare a vivere nei luoghi dove da giovane venne perseguitato. Quel libro è stato pubblicato in Italia da Sellerio. Sta per essere pubblicato in Francia, Inghilterra e Germania. In Israele è stato rifiutato da 26 editori. Credo che la libertà di critica ai governi sia sacra e inviolabile.

Anche quella sembra una causa ‘di sinistra’ che è stata abbandonata…

Non ricordo di aver visto partiti o esponenti di sinistra al mio fianco in questi ultimi anni.

Se posso introdurre una riflessione personale, credo che non ci sia più rappresentanza nei partiti. Eppure il nome ‘partito’ nasce – lo dice la parola stessa – dall’essere di parte, nel prender parte, essere dalla parte di qualcuno o di qualcosa. Per carità, oggi non si parla più di conflitto tra classi o di conflitto sociale. Adesso è tutto confuso. E si rincorre il consenso piuttosto che la rappresentanza.

Moni Ovadia

(Archivio Fondazione Teatro Comunale di Ferrara / foto Marco Caselli Nirmal)

Vuole sentire qualcosa di parte? Io mi batto per la causa palestinese. E mi sembra ovvio farlo. Parliamo di un popolo che vive sotto occupazione, un popolo colonizzato. Questo non vuol dire avere sentimenti contro Israele, ci mancherebbe altro. Io critico le politiche dei governi, dico solo che i palestinesi dovrebbero avere le terre che spettano loro secondo le risoluzioni della comunità internazionale. Ma oggi dire queste cose significa essere antisemiti. Bene, se qualcuno crede che io sia antisemita mi denunci, vado volentieri a processo.

Le farò volentieri da testimone. Ma ora facciamo i crociati al contrario, e dalla Terra Santa spostiamoci in Italia. Può un comunista, un uomo che condanna i soprusi, un’icona della sinistra che fu (non l’icona, ma la sinistra) accettare di lavorare per una giunta leghista?

Io lavoro nel teatro a certi livelli da 30 anni. Nessuna giunta di sinistra mi ha mai chiamato per svolgere incarichi di questo tipo. Poi avviene questo paradosso: una giunta leghista mi chiama e mi accoglie per dirigere un teatro.

Qui forse – il forse è pleonastico – l’input arriva più da Sgarbi che da Naomo…

Vittorio Sgarbi faceva parte della coalizione che democraticamente ha vinto le elezioni. La giunta leghista ha pensato che, visto che lui si occupa di cultura, avesse le carte in regola per metter mano a questo settore. E poi, mi consenta la digressione, si può dire di tutto di Sgarbi ma non che non si occupi di cultura. Io vedo che la stima verso di lui è trasversale. Non è solo amato dalla destra, ma anche da moltissimi esponenti o intellettuali di sinistra.

Anche da lei immagino.

Vittorio è stato l’unico a difendermi quando ne ho avuto bisogno. Mi riferisco a quando ero candidato alla direzione del teatro di Catania e venni sopravanzato da una figura che non aveva nemmeno un decimo del mio curriculum. La motivazione è semplice: Ovadia no. Una voce che sento ovunque vada, Ovadia no. Sgarbi in parlamento tuonò contro questo fatto. Sappiamo in Italia come vanno le cose. Se tu non sei uno yesman – nel teatro come negli ospedali, o nelle banche o altri campi – vai bene. Altrimenti no. E allora dico che a me questa roba fa schifo. Bisognerebbe nominare persone di alto profilo dovunque. E, tornando nello specifico, io credo di avere qualche titolo per dirigere un teatro. In passato ho diretto il Mittelfest, che è stato un successo clamoroso.

Oltre alle competenze, le viene contestato anche l’emolumento, attorno – arrotondando per difetto – agli 80mila euro.

Vorrei far presente che quella cifra la prendo in un anno con due spettacoli. Io non sono venuto qui per i soldi e se qualcuno lo sostiene allora propongo di chiedere l’autoriduzione di tutti gli stipendi di tutti i direttori di teatro in Italia. Basta poi il confronto con il Mittelfest di Cividale: i nove giorni di programmazione mi occupavano complessivamente tre mesi. Per quella direzione prendevo 55mila euro nel 2004.

Quell’anno ero tra gli spettatori. Venni per ascoltare Claudio Magris.

Possiamo chiedere a Magris allora: quell’anno la mia direzione oggettivamente è stata clamorosa. Tanto che un imprenditore della pietra fece erigere un teatro per me all’aperto, di 2500 posti, a spese sue.

Una volta l’ho sentita dire una frase che mi piacque molto: le istituzioni sono governate da forze politiche, ma sono dei cittadini.

Certo, altrimenti non possiamo parlare di democrazia, ma di democratura. Il termine non è di Scalfari, che lo ha usurpato, ma di Predrag Matvejević, intellettuale croato professore di letteratura russa a Roma che era un mio carissimo amico.

Perdoni la parentesi, torniamo a Ferrara.

Io starò qui tre anni e mezzo, per il momento, poi arriverà qualcun altro. C’è bisogno di fare tutto sto casino? Giudicatemi dopo avermi visto all’opera. Serve un minimo di onestà intellettuale. Il sindaco di Cividale (che ospitava il Mittelfest, ndr), Attilio Vuga, era di Forza Italia ed è stato il mio miglior alleato; me ne diceva di tutti i colori per le mie scelte, ma capiva che il festival era un valore aggiunto per la città e ha insistito perché rimanessi due anni in più del mio mandato. Questo paese non sa concepire l’indipendenza della cultura. E la politica culturale della sinistra è stata una catastrofe.

Tempi duri per la cultura…

Certo, c’è l’emergenza Covid, ma non posso sentire un presidente del consiglio dire che daranno ristori anche “ai teatranti che ci divertono tanto”. Noi non divertiamo, noi tracciamo il profilo identitario della comunità nazionale. E cosa fanno per questa cultura? Venga a vedere come si divertono i nostri macchinisti che salgono fino a trenta metri, gli elettricisti, i facchini, i trasportatori, ma anche i giovani attori che non sono famosi e si ammazzano di lavoro, di fatica e di disciplina perché amano questo mestiere. Dove sono gli investimenti su questo?

Quanto la sua cultura klezmer impregnerà la sua direzione?

Io sono molto legato alla mia cultura ebraica, però non ho spirito nazionalista, io non sono sionista perché per me il nazionalismo è una pestilenza e aderire a un nazionalismo ebraico mi sembra una contraddizione in termini. I nazionalisti sono quelli che più di tutti hanno sterminato gli ebrei.

Quanto a ostracismo per aver criticato Israele non è isolato. Anche Eric Hobsbawm ne Il secolo breve parlava di apartheid nel descrivere la questione Palestinese.

Pensi che il maggior allievo di Hobsbawm, Donald Sassoon, era mio compagno di banco. E pensi che il termine apartheid è stato sdoganato dal giornale israeliano Haaretz, pubblicato in Israele da editore israeliano con giornalisti israeliani e letto da israeliani. Eppure per molte comunità ebraiche spesso il loro essere israeliano coincide con il governo, ma da quando in qua il governo coincide con i cittadini? è una cosa pericolosissima.

A proposito di ostracismo e niet della sinistra, anche a Gaber e Luporini erano stati chiusi tutti i teatri dell’Ater, l’Associazione Teatri Emilia Romagna, dopo lo spettacolo Anni affollati.

Questo si chiama o fascismo o stalinismo. Scegliere. È la stessa contraddizione che noto nella signora Meloni che dice “solo in una dittatura non c’è una opposizione”. Assolutamente giusto. Però è curioso che ci siano nostalgie per un passato in cui l’opposizione non c’era.

Ma il problema è lei…

Già, il vero scandalo sono io che accetto la direzione di un teatro? Allora si dica che gli artisti che si riconoscono nella sinistra non devono accettare ruoli o incarichi da amministrazioni di destra. O dichiari che il governo non è legittimo, oppure se è legittimo perché eletto dai cittadini deve riconoscerne la legittimità. Questo significa una volta di più che la sinistra va verso la catastrofe. Mi ha scritto di recente una garbatissima lettera un intellettuale locale chiedendomi di tornare sui miei passi. Gli rispondo che lo faccio volentieri se lui è disposto a dire che Moni Ovadia deve essere l’unico uomo di teatro in Italia che non deve dirigere un teatro. Io, secondo alcuni, sarei una specie di totem, rappresentante di una visione totemica di un ideale o di una ideologia e, in quanto tale, io non devo dirigere un teatro. Allora voglio una pensione dal Presidente della Repubblica in quanto totem!

Posso chiudere questa nostra conversazione con una piccola lista dei desideri?

Prego, prendo appunti.

Non ho mai visto a teatro La Madre di Gorkij rivisitata da Brecht. Vorrei che molti ferraresi ascoltassero la scena della rivolta. Viene chiesto a Pelagia Vlassova, la madre, cosa significa che la lettura è lotta di classe. “Significa che – la risposta – se i soldati di Tver avessero potuto leggere i nostri cartelli, forse non avrebbero sparato su di noi”.

Proposta affascinante, me la segno. Vediamo se troviamo qualcuno che abbia interesse a metterla in scena, dovremo fare coproduzioni.

Un secondo desiderio è vedere in scena il Canto del popolo yiddish messo a morte di Itzhak Katzenelson. Ho letto di recente la traduzione di Erri De Luca.

Questo è più facile: l’ho già rappresentato in una video opera che è stata la base del mio spettacolo Dybbuk, costruito in gran parte su quel poema, in yiddish e in italiano. Girai quel testo sul Binario 21, stazione di Milano. Da lì partivano i convogli dei treni stipati di ebrei verso i lager. Tra quelli c’era la tredicenne Liliana Segre.

E quei vagoni “rivengono vuoti il giorno dopo. E il terrore si è conficcato in me. Come lo sopportate – chiede il poeta -, pure se siete di legname e ferro?”

Già. Dieci anni fa rappresentai Dybbuk sul Binario 21. C’era una sola spettatrice. Liliana Segre. Il Dybbuk in yiddish è il morto di morte violenta e prematura che non riesce a morire e rimane sospeso. Diventa una storia di dispossessione: possiedi un vivo per continuare a vivere. Io immaginavo che la Shoah fosse il grande Dybbuk che tornava, perché tutti sono morti in quel modo atroce. È una liturgia, non ha una storia, proprio come il poema. Una lunga preghiera per i defunti. Ragionerò di riprenderlo per la prossima Giornata della Memoria.

Ultimo desiderio. Uno spettacolo su Federico Aldrovandi. Ne avevo parlato con Giulio Cavalli quando venne a Ferrara per presentare un suo libro, ma poi ci siamo persi di vista.

Segnato.

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