Lun 14 Dic 2020 - 1084 visite
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Next Generation EU in fondo al mare: il trucco di Bonaccini

Che Bonaccini non s’illuda! Non è lì perché la maggioranza degli emiliano-romagnoli ha condiviso la sua politica sull’autonomia differenziata e la sua idea di sviluppo della Regione, basato su grandi opere infrastrutturali come l’autostrada Cispadana nè – e vengo al punto di attualità – la sua presunta politica ambientalista.  

Bonaccini è stato votato per scongiurare il pericolo di arrembaggio di una destra ignorante ed arruffona che sta circondando  la democrazia di questo Paese.

Se però il merito della sua politica in materia ambientale e ammnistrativa dovesse procedere sulla linea sciagurata del neo liberismo capitalista  non ci sarà un’altra opzione per lui e per il partito che lo rappresenta. 

La manifestazione del dissenso messa in atto dagli ambientalisti  venerdì 11 dicembre davanti alla sede della Regione è solo la punta dell’iceberg!

La polvere non si nasconde sotto il tappeto e l’ambiente non  si risana con manate di tinta verde. Proprio mentre ricorre il 5^ anniversario dell’ accordo di Parigi e tutti gli scienziati si affannano a mettere in evidenza la deadline al 2030 per ridurre di 1.5 gradi la temperatura globale, a Bologna scoprono  la lampada di Aladino che farebbe il prodigio di nascondere sotto il mare a 3000 metri l’anidride carbonica (Co2) che ci danneggia i polmoni e ci annebbia il futuro.

 “Si tratta di un progetto altamente innovativo in campo energetico e ambientale, che va nella direzione della sostenibilità e di una riconversione produttiva che guarda a quella che per noi è una priorità: la green economy. Ne esce rafforzato ulteriormente il nostro obiettivo di arrivare entro pochi mesi a siglare con tutte le parti sociali in Emilia-Romagna un nuovo Patto per il lavoro e per il clima”. Così dichiarava  a giugno  2020 Bonaccini!

Il progetto altamente innovativo è in realtà una, una falsa speranza  (False Hope) come già dichiarava Greenpeace International nel 2008 con il  rapporto False Hope – Why Carbon Capture and Storage won’t save the climate”, basato su studi indipendenti che mettevano in luce come la tecnologia CCS (Carbon capture and storage, cattura e stoccaggio della Co2)  non arriverà in tempo per arginare i cambiamenti climatici. 

Già il rapporto scriveva che :

  • la CCS consuma molta energia: tra il 10% e il 40% dell’energia prodotta da una centrale termoelettrica. Si prevede che l’adozione su ampia scala della CCS annullerà quindi i miglioramenti in termini di efficienza degli ultimi 50 anni e farà aumentare il consumo delle risorse di un terzo;
  • Stoccare la CO2 è rischioso. Il confinamento sicuro della CO2 nel lungo periodo non può essere garantito, e persino una quantità molto bassa di perdite di CO2 potrebbe compromettere qualsiasi sforzo per attenuare i cambiamenti climatici; 
  • La CCS è una tecnologia costosa, il denaro speso per la CCS farebbe allontanare gli investimenti destinati a soluzioni sostenibili per i cambiamenti climatici, come fonti rinnovabili (eolico, solare, biomasse sostenibili) ed efficienza energetica;

Ma cosa cela tanto entusiasmo  per un progetto molto oneroso e che rischia di diventare uno dei maggiori ostacoli al processo di transizione energetica del Paese?  

Se lo domandano anche le cronache locali e nazionali che danno conto oggi della protesta in piazza a  Ravenna e davanti alla sede della Regione.  

Si legge sulla cronaca locale:  “La pratica di catturare la CO2 direttamente dagli impianti industriali e di iniettarla all’interno di serbatoi naturali in profondità infatti permette anche di mantenere elevata la pressione del serbatoio, incrementando quindi l’estrazione di idrocarburi da quei giacimenti in via di esaurimento che altrimenti non avrebbero le condizioni per poter fornire ulteriori metri cubi di gas o petrolio. 

Scrivono da Legambiente :“Se da una parte Eni si eleva a paladina del clima prodigandosi per la rimozione della CO2, emessa dalle proprie attività dannose, dall’altra va anche ad incrementare la produzione stessa di idrocarburi assicurandosi non solo nuovi introiti ma anche rimandando la dismissione di quegli impianti non più produttivi e che quindi sarebbero dovuti andare a smantellamento con relativa bonifica delle aree .

Dunque tanto entusiasmo non deriva altro che dalla possibilità di utilizzare i fondi del Recovery Fund per mettere in atto un progetto che non è mai stato attuato da anni, perché non conveniente economicamente e ambientalmente.  

Siamo alle solite:  arrivano i soldi e qualcuno, Eni in questo caso, ci butta le mani per lucrare, con la complicità della politica. Non di tutta in verità poiché Silvia Zamboni, consigliere regionale dei Verdi dichiara: “il progetto di Eni non ha niente di sostenibile e finanziarlo con i fondi europei sarebbe una beffa per chi chiede sostenibilità vera e investimenti nelle energie rinnovabili e pulite”. Dello stesso tenore Igor Taruffi di Emilia Romagna Coraggiosa, la lista della vicepesidente Elly Schlein, il quale  chiede al Pd e a Bonaccini di ridiscutere integralmente le politiche energetiche e ambientali. Vedremo come si gestisce il “conflitto di interesse” della vicepresidente.

Non è in gioco solo la questione ambientale – come bene denunciano gli attivisti della Rete per l’emergenza climatica e ambientale dell’Emilia-Romagna – ma la stessa tenuta di un patto sociale tra i cittadini della regione che alle ultime elezioni hanno espresso la volontà di non cedere alle lusinghe delle politiche di destra, orientate al negazionismo dei problemi climatici, alla privatizzazione forsennata, al dominio dei bisogni dell’imprenditoria, in un’ottica tragicamente sovranista e liberista allo stesso tempo. 

Il fallimento del modello Lombardia è sotto gli occhi di tutti!

Siglare il Patto sociale cominciando da Eni, che promuove i propri interessi accedendo alle risorse del Recovery Fund, non è il passo giusto per mantenere la coesione sociale. Soldi pubblici per affari privati!

Questa proposta non può essere la base di nessuna  politica ambientale, meno che mai di quella finanziata con soldi pubblici dal nome significativo di NEXT GENERATION EU. 

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