Dom 25 Ott 2020 - 479 visite
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Sinistra e “identità gender”: un conflitto da risolvere

Nel leggere le dichiarazioni di Ilaria Baraldi e dell’Arcigay ferrarese, ho constatato come nessuno abbia colto l’essenza di un conflitto, legato al Ddl Zan, che ben pochi hanno correttamente inquadrato e che non c’entra – se non secondariamente – con le dispute sulla libertà d’opinione, la famiglia tradizionale o le proteste dei vescovi o il Magnifico Rettore del nostro ateneo.
Conflitto lucidamente colto, fra i pochi, da Aurelio Mancuso, dirigente del Pd e già presidente di Arcigay, che su Facebook ha scritto: «L’utilizzo del termine identità di genere anziché transfobia apre oggettivamente un conflitto molto forte con il femminismo della differenza e di quello radicale. Conflitto che non si sarebbe proposto fino a pochi anni fa, ma che ora investe una dura discussione pubblica in tutto il mondo. Proprio nelle file dei partiti progressisti potrebbero esprimersi forti contrasti, tali da pregiudicare, soprattutto in Senato, l’approvazione della legge».
Aurelio Mancuso (insieme a Valeria Fedeli, una delle poche donne Pd che ha ascoltato con attenzione e rispetto le critiche di numerose femministe) si riferisce a un problema – la negazione oggettiva della specificità femminile – che di recente è esploso con furibondi attacchi alla creatrice di Harry Potter, J. K. Rowling, rea di aver difeso il concetto biologico di donna. In pratica, l’aver sostituito l’identità di genere al sesso biologico nella definizione dei concetti di «uomo» e «donna» sta causando gravi problemi negli stati e nelle organizzazioni internazionali che hanno scelto di percorrere tale strada. In Gran Bretagna, per citare qualche caso concreto, è accaduto che alcune quote riservate alle donne da tempo sono occupate da uomini che si identificano come donne: già nel 2018 Jeremy Corbin usò le “quote rosa” per candidare in posizione di vantaggio persone che si dichiaravano donne, provocando la fuga di centinaia di militanti e dirigenti donne del partito. «In questa situazione ogni uomo può semplicemente affermare di essere una donna» per ottenere i vantaggi collegati alla promozione della rappresentanza femminile, scrisse al Times un gruppo di femministe inglesi.
La questione dell’identità di genere provoca da anni enormi problemi anche nel mondo dello sport. La leggendaria tennista Martina Navratilova, apertamente lesbica, è stata espulsa dal consiglio di amministrazione di Athlete Ally, per aver definito «ingiusto» consentire agli uomini che si dichiarano donne di competere atleticamente contro le donne biologiche. Negli Stati Uniti i velocisti o i lottatori transgender maschi che si identificano come femmine fanno man bassa delle classifiche sportive universitarie, sottraendo alle donne biologiche opportunità e borse di studio legate ai risultati atletici.
È giusto tutto questo? Ciò accade perché dal 2016 il Cio ha aperto le competizioni femminili agli uomini che si dichiarano donne, anche se non operati: è sufficiente sottoporsi a cure ormonali e dimostrare un basso livello di testosterone nei sei mesi precedenti la gara. Guardando all’Italia io penso che non sia giusto né accettabile che le “quote rosa”, ad esempio, finiscano in futuro per essere appannaggio di uomini che si dichiarano donne. Uomini che rispetto, ma che non possono portarci via ciò che ci spetta. Ecco perché, se non si decide di eliminare dal testo del Ddl Zan l’espressione “identità di genere”, si metteranno a repentaglio le conquiste che sono costate lacrime e sangue a tante migliaia di donne.
Spero, per concludere, che le parlamentari e i parlamentari che si apprestano a votare il Ddl Zan (a differenza della Peruffo o della Baraldi che non hanno colto il problema di cui ha parlato Mancuso) tengano conto delle osservazioni sopra riportate, che hanno suscitato un giustificato allarme in tante femministe “storiche”, preoccupate di vedere vanificati i risultati di tante battaglie combattute in nome della donna e non certo in nome dell’ “identità di genere”.
Giuliana Bolognesi
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