Caro direttore,
la domenica inizia il mio viaggio della memoria che si rinnova ogni fine settimana perché, senza memoria, la vita per me non ha senso.
So che il ricordo si può nutrire di scritti, foto, oggetti, ma io preferisco i ricordi concreti come le spoglie dei miei cari o la casa in cui ho abitato per lungo tempo.
Così comincio dal cimitero, dove vado a salutare la mia famiglia che non esiste più. Mio marito, morto tanto tempo fa, i miei nonni e i miei genitori che mi hanno lasciata da poco, uno a breve distanza dall’altro, quasi non potessero riuscire a vivere separati.
Quando guardo quei volti ricompongo i pezzi della mia vita e mi sembra di tornare indietro nel tempo, quando me li godevo tutti.
Ognuno mi ricorda qualcosa; mio marito: l’amore della vita e le figlie, mio padre: l’onestà cristallina oltre alla profonda intelligenza e al basso profilo, mia madre: una fede profonda e l’umiltà. Dei nonni spicca vivo il ricordo del nonno Giuseppe, mio saggio confidente, oltre che uomo molto intelligente e, anche lui, di rara onestà.
Poi la pietà per i morti: acqua ai fiori, qualche preghiera e via in fretta quasi volessi cancellare quel luogo di ricordi. Ma anche di dolore.
Seconda tappa: la casa dove sono vissuta fino al matrimonio. E’ stata venduta da poco ma lì sembra che il tempo si sia fermato come se una fata birichina avesse suggerito ai compratori di lasciarla ancora così per un po’, per farmela godere com’ è sempre stata.
Con la macchina davanti al cancello, sfilano nella mente l’altalena sotto il tiglio e le allegre dondolate, l’albero di ciliegie alla cui ombra chiacchieravo coi miei coetanei, gustando i dolci frutti, i primi, timidi balli nell’atrio dove nascevano le prime simpatie, poi anche le tristezze, i pianti per amore o per sbagli a cui il nonno Giuseppe sapeva sempre dare un senso, fino a farmi raggiungere la pace.
Infine, un po’ triste per i ricordi, ma per me indispensabili per recuperare le radici, torno nella mia casa, molto amata e rifugio tranquillo per la mia anima che solo lì si ritempra, nella consuetudine delle cose. E dei gesti.
Teresa Giberti