Gio 6 Ago 2020 - 968 visite
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Parco del Delta. “Misere commedie e il fallimento della Regione”

Parla Valbonesi, ex presidente di Federparchi: "Solo un Comitato di cittadini e ambientalisti può portarci al parco nazionale, in alto tutto fermo da 30 anni". E su Comacchio: "Il presidente e sindaco non poteva né voleva gestirlo con imparzialità"

Comacchio. “Dall’annosa questione del Parco del Delta del Po emerge innanzitutto il fallimento politico della Regione Emilia Romagna, che da 32 anni ha istituito un Parco regionale che ora è ridotto ad una sgangherata associazione intercomunale in cui il fine della conservazione e della tutela è dimenticato”.

Non usa mezzi termini Enzo Valbonesi – per 10 anni presidente del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, vice e poi presidente di Federparchi e per 19 anni responsabile del Servizio Parchi e Forestazione della Regione Emilia-Romagna – nella sua opinione sul ‘pasticcio’ del Parco emiliano-romagnolo, sospeso in un limbo di incertezza sulla sua identità da ormai un terzo di secolo e ultimamente pure al centro di una guerra sulla governance tra ravennati e ferraresi (“una misera commedia recitata dai ferraresi per mostrare i muscoli in vista delle elezioni di Comacchio e dai ravennati per avere qualche finanziamento in più, tutte cose che non hanno niente a che fare con il Parco”).

“Al punto in cui siamo – commenta Valbonesi – l’unica prospettiva credibile per tutelare la biodiversità di uno dei sistemi naturali più importanti d’Europa è quella di dare vita ad un grande parco nazionale. I crescenti fenomeni di degrado ambientale a cui assistiamo possono essere affrontati solo in una dimensione nazionale e con una visione globale” aggiunge, facendo riferimento alla “scomparsa di habitat e specie tutelate dalle direttive europee, alla progressiva ingressione marina (studi recentissimi dimostrano che il tratto costiero da Monfalcone a Ravenna è a fortissimo rischio di allagamento entro il 2100), al peggioramento qualitativo dei sistemi acquatici lagunari, fino allo stato di degrado in cui versano le pinete litoranee”.

“Ma a promuovere il parco nazionale – sottolinea disilluso -, almeno nel breve periodo, non saranno sicuramente né lo Stato, con un Ministero dell’Ambiente debolissimo, né tanto meno le due Regioni, impegnate a rincorrersi per il primato dell’autonomia. L’Emilia Romagna – ricorda – ha istituito un parco regionale con l’ambizioso obiettivo di tutelare la costa a nord di Ravenna e per valorizzare il territorio, nella prospettiva di un parco interregionale. Ora, in una sgangherata associazione intercomunale ogni municipio governa il proprio pezzo ed il fine della conservazione è totalmente dimenticato, senza peraltro avere ottenuto alcun vantaggio in termini di sviluppo del territorio che resta uno tra i più arretrati dell’intera regione. Quel che resta è insomma un parco utilizzato solo per giustificare la richiesta di finanziamenti regionali nella vecchia logica assistenziale, ammantata di una patina di verde sempre più sbiadita”.

Enzo Valbonesi (via Facebook)

E per rimarcare il disinteresse dei ‘municipi’ per le sorti del Parco e della sua biodiversità, Valbonesi non fa fatica a trovare due esempi che gli danno ragione e che dimostrano “la totale latitanza della Regione e la mancanza della ben che minima capacità gestionale dell’ente Parco”. Si parte da Comacchio, dove “l’amministrazione, d’accordo con il Parco, pochi anni fa ha aperto le porte ad una fabbrica di pasta ceramica a Porto Garibaldi, in area contigua ed in prossimità di un sito di Rete Natura”. La vicenda è quella ben nota dell’insediamento nella Ex Cercom.

“Subito dopo, l’amministrazione ha proposto la realizzazione di un deposito di terre decontaminate da idrocarburi alla periferia della città ed al confine con l’area protetta” aggiunge poi citando la vicenda legata all’ex Zuccherificio di Comacchio. “A fermare questi progetti non è stata né la Regione, né il Parco, bensì solo la lotta dei comacchiesi che si sono opposti con fermezza. Non va meglio a Ravenna, che assiste passivamente da molti anni al degrado delle sue Valli ed incolpa il cambiamento climatico della morte (avvenuta un anno fa) di circa 4 mila anatidi”.

Altrettanto duro è il giudizio sulla Regione, criticata sulla gestione generale dell’affaire Parco, e ancora sugli amministratori di Comacchio, inevitabilmente coinvolti considerata anche l’incarico di presidente del Parco ricoperto dall’ormai ex sindaco lagunare Marco Fabbri.

“Un caso quasi unico in Italia – nota Valbonesi -. Fabbri non poteva e non voleva gestire con imparzialità il parco, soprattutto con la necessaria fermezza sulla tutela naturale. La Regione, pur pagando l’80% dei costi di funzionamento del Parco, ha rinunciato da almeno dieci anni al proprio ruolo, procurandosi da sola un danno erariale di 700 mila euro permettendo ai comacchiesi una ‘caccia abusiva’ in Valle per ben 23 anni. Intanto, sempre in Valle, ha finanziato un progetto da 5 milioni per la realizzazione di un argine di separazione, fermo da anni. E poi c’è la penisola di Boscoforte, che doveva essere donata alla Regione in base ad un accordo siglato ben 10 anni fa con il suo proprietario, che però, incassata la contropartita pattuita relativa alla caccia, ora si è fatto di nebbia. E così l’ex sindaco Fabbri, ora in Regione, ultimamente si è fatto promotore di una richiesta di acquisto logicamente a carico della stessa Regione: della serie ‘becchi e bastonati'”.

Un quadro indubbiamente sconfortante, che secondo Valbonesi può trovare un punto di svolta “solo nell’organizzazione di un movimento dal basso che caldeggi la costituzione di un Parco nazionale, sapendo che dall’alto, per ora, non emergerà nulla di serio: penso ad un comitato formato dalle associazioni ambientaliste, con Legambiente in testa, da altre organizzazioni, da studiosi e soprattutto da singoli cittadini. Lo scopo deve essere duplice – spiega Valbonesi -: da un lato costituire una sorta di Comitato di gestione ‘ombra’ che controlli, denunci, vigili costantemente e stimoli l’Ente Parco, dall’altro quello di allargare il consenso e costruire la proposta operativa per la governance di un Parco nazionale all’altezza del compito e in grado di tenere conto delle specificità del contesto sociale e territoriale”.

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