Faccio il sovversivo 2.0
24 Marzo 2020

Coronavirus, non chiamatela Resistenza

di Faccio | 2 min

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Mi sono messo nei panni di parenti e amici di queste persone, che non hanno potuto nemmeno vedere i propri cari in punto di morte e di quei poveri esseri umani che hanno sofferto in solitudine prima di lasciarci. Ho provato grande tristezza in questo frangente.

Ricordo però a tutta la comunità Ferrarese e Copparese che il vero dramma è tutti i giorni dal mese di febbraio a questa parte e non solo quando arriva a casa nostra.

Siamo sconvolti da quello che sta accadendo: le nostre abitudini, i nostri contatti, il nostro lavoro, la storia di ognuno di noi sarà per sempre turbata.
Siamo disorientati, lo si vede anche da certi comportamenti che abbiamo in questi giorni…

Permettetemi però una riflessione: quando usiamo la parola Resistere, legata a questo tipo di situazione, ci vuole più cautela.
Senza dubbio il personale sanitario, le forze dell’ordine, i volontari e tutte quelle persone in prima linea stanno resistendo, ma noi?

Resistere è una parola che si scrive con la R maiuscola e la usavano coloro che per l’ordine costituito del tempo prima erano briganti, poi ribelli ed infine Partigiani nella guerra di resistenza.
Vivevano al freddo, vivevano lontano dagli affetti più cari, la paura era la loro compagna di viaggio, paura di essere trovati e uccisi dai vigliacchi nazifascisti.

A noi dicono che dobbiamo rimanere in casa con tutte le comodità del caso: riscaldamento e camino accesi, cibo e bevande, internet, tablet, smartphone, televisione, Sky, netflix, X box,  e chi più ne ha più ne metta.

Sinceramente parlando, a me non sembra di fare molta fatica, anzi, per piacere, usiamo un altro termine per dire che dobbiamo rimanere in casa: reggere, sopportare, tollerare, ma non Resistere, davvero offendiamo quei poveri giovani morti per rifare l’Italia e anche chi, in questi momenti, sta resistendo davvero.

Grazie e #sopportiamoincasa

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