Sab 25 Gen 2020 - 941 visite
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“Il politico bravo? colui che sa spiegare perché tutto quello che aveva previsto non si è avverato”

Un convincente Battiston interpreta un Churchill tra icona pop e dimensione intima di un uomo ormai arrivato alla fine della sua parabola

(foto di Noemi Ardesi)

di Federica Pezzoli

La stagione di prosa del Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara, dopo il Van Gogh di Alessandro Preziosi, continua con un’altra pièce ‘biografica’. Questa volta il personaggio, tale anche nella realtà tanto da diventare un’icona come i conterranei Beatles, ha cambiato il mondo non con l’arte, ma con la politica: è sir Winston Churchill, riletto attraverso il testo “Churchill, il vizio della democrazia” di Carlo Gabardini e interpretato da Giuseppe Battiston.

La regista dello spettacolo, Paola Rota, punta proprio sulla continua alternanza di piani fra icona – tanto pop da diventare soggetto da t-shirt con bombetta, sigaro e mano che forma la V di vittoria – e dimensione intima di un uomo ormai arrivato alla fine della sua parabola, costretto a fare i conti con le proprie imprese e i propri fantasmi.

Il rosso del celeberrimo cubano nel buio introduce Winston Churchill in scena: una poltrona in pelle bruciata, un mappamondo di legno che custodisce alcolici, una radio sintonizzata sul passato, il tutto in uno spazio circolare che è l’emblema del ‘gran teatro del mondo’ e dello spettacolo della politica, fra luci e sipario da teatro di cabaret.

Su questo palcoscenico Churchill sa muoversi alla perfezione, snocciolando tante delle sue famose battute molto poco ‘politically correct’, che non risparmiano donne, italiani e neppure la propria categoria: “un politico deve saper prevedere quello che succederà in futuro, vicino e lontano, un politico veramente bravo è poi colui che poi sa spiegare esattamente perché tutto quello che aveva previsto non si è avverato”.

Dietro questo personaggio c’è però il Churchill idealista, c’è la politica con la P maiuscola, quella che pensa e prepara il futuro, che sacrifica sé stessa per la carica che ricopre e il privilegio di pochi per il bene comune: Churchill che incurante della propria salute vola a Yalta per incontrare Roosvelt e Stalin, Churchill che rifiuta un accordo con Hitler perché l’Inghilterra non può essere libera se l’Europa è schiava.

Ora, ormai vecchio e ammalato, impegnato in una difficile convivenza con i propri vizi, deve fronteggiare la sua nuova e giovanissima infermiera Margaret (Lucienne Perreca) tra gags, ricordi, sfuriate, sigari e alcolici nascosti, l’ultimo vero confronto dello statista più famoso del Novecento è tutto giocato su una sfida a chi si ricorda le ultime parole di più personaggi famosi.

Margaret è il contraltare della sua coscienza, la sola in grado di far emergere le sue contraddizioni e fragilità, in un continuo alternarsi di rappresentazione pubblica e ritorno alla realtà privata rivelato attraverso un gioco di rimembranze oniriche. Il ‘cane nero’, come Churchill chiamava la depressione, torna a mordere la sua coscienza ormai offuscata ed emerge ciò che lo tormenta, gli errori di cui forse non si pente, ma con i quali deve convivere: quei giovani soldati morti nel 1915 nello stretto dei Dardanelli durante la campagna di Gallipoli da lui ideata e passata alla storia come uno dei peggiori disastri degli alleati nella Prima Guerra Mondiale o sua figlia morta suicida.

Giuseppe Battiston domina la scena e sa passare agevolmente e sapientemente da un registro all’altro, supportato da una Perreca giusta nel suo ruolo di spalla.

L’immagine dello statista inglese, a cui dobbiamo la resistenza britannica contro i nazisti, ma anche un’idea precisa dei vantaggi e delle contraddizioni della democrazia, non ne esce mutata, ma 75 minuti scorrono piacevoli e lo spettacolo può essere la chiave giusta per togliere un po’ di polvere al personaggio storico del Novecento e spingere, in particolare i più giovani, ad approfondire la sua conoscenza.

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