Mirabello.
“Il Pdl non esiste più. E sarebbe contro le leggi delle fisica cercare di rientrare all’interno di qualcosa che non c’è più”. Nessun passo indietro. Solo in avanti. Verso il superamento “di quello che il Popolo della libertà non è riuscito a fare”.
Dal palco di Mirabello Gianfranco Fini non ha deluso le attese di chi sperava in uno strappo con Berlusconi. Futuro e libertà sarà partito. Ma all’interno del centrodestra, “fedele al patto con gli elettori”.
Davanti al suo popolo, giunto da tutt’Italia “in questa cittadina che per molti versi mi è cara”, Fini ha decretato la fine del Pdl, o di quello che preferisce definire “Forza Italia allargata”, nella quale “sono confluiti alcuni ex colonnelli di Alleanza nazionale, che hanno semplicemente cambiato generale, e forse sono pronti a cambiarlo ancora”.
E la fine del Pdl e del patto con Berlusconi secondo Fini ha una data ben precisa. Una data di morte: “il Pdl è morto lo scorso 29 luglio, quando dopo una riunione di due ore, tenuta in mia assenza, l’ufficio politico ha decretato la mia espulsione da quel partito che avevo contribuito a fondare”. Una “brutale repressione della dialettica interna”, iscrivibile “solo nelle pagine peggiori dello stalinismo”.
Estromessi dunque, non secessionisti. “Perché non è vero che siamo contro a priori al governo di cui facciamo parte. Sarebbe ridicolo”. Anche se “alcune cose si potevano evitare”. A cominciare dai tagli lineari alle forze dell’ordine, “che mi hanno ferito così come vedere tagliare i fondi alla scuola, che oggi determina la protesta sacrosanta di decine di migliaia di precari”.
Le divergenze non sono finite. In particolare sui “tempi di attuazione del federalismo fiscale”, sulla “discriminazione dello straniero onesto”. Fino alla “questione più spinosa”: quella di un “garantismo che, pur essendo un principio sacrosanto, non può mai essere considerato una sorta di impunità permanente”. Perché 2governare non significa comandare”.
“È eresia, è stillicidio di dissenso, è disfattismo – si chiede il fondatore di Fli – ribadire che la magistratura è un presidio di uno stato democratico?”.
I toni, poi, da morbidi si fanno più polemici. Come nel caso dello show di Gheddafi nella Capitale: “se non fossi stato espulso avrei detto qualcosa sullo spettacolo poco decoroso con cui è stato accolto un personaggio che non può insegnare nulla in tema di rispetto delle donne e della dignità umana”.
Ci sono poi, “trai tanti pregi”, anche “qualche difetto di Berlusconi”. Primo tra tutti “il non aver capito che “un partito non può essere amministrato come un’azienda”. “Un grande partito – questo il suo affondo – deve essere qualcosa di più di un coro di plaudenti, senza libertà di dissenso”.
Non viene messa però in discussione la leadership del premier, che “ha il sacrosanto diritto di governare, perché scelto in maniera inequivocabile dagli elettori e non bisogna nemmeno pensare a scorciatoie giuridiche per farlo cadere; sarebbe, questo sì, ledere la sovranità popolare”.
Le stilettate continuano verso alcuni quotidiani: “non ci faremo intimidire dal metodo Boffo messo in campo da alcuni quotidiani che dovrebbero essere il biglietto da visita del partito dell’amore”. Nel mirino finisce anche l’on. Ghedini, “quel simpatico dottor Stranamore” cui “viene affidato il compito di trovare soluzioni a certi processi”. “Vogliamo lavorare a una legge – puntualizza Fini – che tuteli le funzioni e il ruolo del capo del governo; che non vuol dire cancellazione dei processi a suo carico, ma sospensione”.
E alla fine la nuova strada tracciata per il futuro prossimo: un nuovo patto di legislatura. “Si va avanti, senza ribaltoni – conferma Fini -, e quando il presidente del consiglio presenterà i famosi cinque punti i nostri capigruppo li sosterranno lealmente e li discuteranno, chiedendo come dovranno tradursi in realtà”.
Niente elezioni anticipate promette Fini, anche se dopo Mirabello sarà difficile pensare a una tenuta della maggioranza. Anzi, l’ipotesi di election day ad aprile, che sommi il voto amministrativo a quello politico probabilmente è molto vicina. Al momento comunque la parola d’ordine di Fli è “arrivare al termine della legislatura, perché è un preciso interesse nazionale, perché il fallimento di questa legislatura sarebbe un fallimento per tutti noi”.
Per farlo, però, serve appunto un nuovo patto di legislatura che superi “il tavolo che poggia su due gambe (Pdl e Lega, ndr); un patto non più tra Berlusconi e Bossi, ma nell’interesse di tutti”.
Un messaggio arriva anche all’opposizione. Sulla riforma della legge elettorale. “Voglio rilanciare la proposta – spiega Fini – di permettere agli elettori di scegliere non solo il presidente del consiglio, ma anche i propri parlamentari”.
La nuova agenda politica non dovrà dimenticare poi economia, lavoro e giovani. A partire dal “superamento di quei miti assoluti del secolo scorso, lotta di classe e accumulazione di capitale; serve un patto tra capitale e lavoro”. Fini chiede “una grande assise del mondo del lavoro, perché il futuro è nella competitività del sistema: tagliare sì il superfluo, ma non lesinare sulle risorse a ricerca, tecnologia, patrimonio di conoscenza”.
E per farlo “non possiamo attendere l’oracolo assoluto per sapere chi sarà il prossimo ministro allo sviluppo economico”.
Ai giovani va invece assicurata la libertà “di far vedere ciò di cui sono capaci, senza confondere flessibilità con precariato permanente”.
Ecco allora l’annuncio della possibile fondazione. “Futuro e Libertà – afferma, pur senza mai pronunciare la parola “partito” – sarà la speranza autentica del Pdl, il tentativo di non perdere quel sogno di transizione, di portare avanti una politica all’insegna di ciò che è giusto e non di ciò che è utile”.
E lanciando l’ipotesi di un codice etico da rispettare per chi ricopre cariche pubbliche, Fini chiude citando Ezra Pound: “Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono niente o non vale niente lui”.