Sab 9 Nov 2019 - 1670 visite
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Trent’anni dopo il Muro di Berlino. “Forse è stato sconfitto il nazismo, ma non i nazisti”

Intervista a Horacio Czertok, dal Caravan MIR all’Odyssée attraverso un teatro senza frontiere né passaporti

(foto di Luca Gavagna) 

Era il 1989. Da Ferrara Horacio Czertok e Cora Herrendorf, fondatori del Teatro Nucleo, partivano per attraversare l’Europa insieme ad altre compagnie internazionali. Iniziava lo straordinario tour trans-europeo Caravan MIR, che coinvolse oltre duecento artisti in un festival di teatro itinerante, da Mosca a Parigi, percorrendo da est a ovest quell’Europa divisa dal Muro di Berlino, che sei mesi dopo la fine del tour sarebbe stato abbattuto, il 9 novembre 1989.

A trent’anni di distanza quell’esperienza ha ripreso vita in Odyssée Karavana, progetto teatrale internazionale di tredici compagnie che attraversano l’Europa per sottolineare la necessità del dialogo e del superamento dei confini, materiali e immateriali. A capo di quella carovana dell’immaginazione c’è, oggi come ieri, Horacio Czertok.

Siamo a 30 anni dalla caduta del Muro. Allora il tour itinerante di Caravan Mir vi portò a Berlino Ovest, poche settimane prima del 9 novembre. Che clima si respirava nell’Europa, specialmente dell’Est, che avete attraversato e in particolare a Berlino?

Per esempio, andando in Polonia, dovevi passare da Hof dove ti aspettavano ore -a volte un giorno o due- alla tostissima frontiera della Germania dell’Est. Appena entravi cambiava l’odore dell’aria, perché l’Est andava a carbone, di fronte ad ogni edificio c’era una piccola montagna di carbone in attesa di essere spalato dentro. Sparivano i colorati annunci pubblicitari consumistici -in realtà una strana pace per gli occhi- rimpiazzati dai caratteristici slogan dipinti a grandi caratteri sui muri e cartelloni. I vestiti senza colori sgargianti perché il colore costa e tutti dovevano potersi vestire. Un senso di tristezza, malinconia, angoscia. Ma un pubblico fantastico: per questo si andava in Polonia. Non c’erano soldi, appena un po’ di gasolio per i pulmini, qualche salsiccia, ma una passione per il teatro da tutti condivisa, nelle strade e nelle piazze, un’allegria dell’incontro, la celebrazione di un comune senso per il teatro, la sensazione che ciò che facevamo e proponevamo fosse davvero necessario e non un bene di lusso riservato a un’elite. E compagnie di gran pregio, attori straordinari, registi, drammaturghi, scenografi: una cultura teatrale sconosciuta dalle nostre parti. Si andava dunque a confrontarsi sia con un pubblico di veri conoscitori e con teatri di assoluto valore. Diciamo Grotowski, diciamo Wajda, diciamo Osmego Dnia, tra i tanti.

Allora Carovan Mir attraversava, geograficamente, la Cortina di ferro. Oggi non c’è più la cortina di ferro ma il fil di ferro sopra i muri. La storia non ha insegnato nulla?

La carovana nacque perché i teatranti volevano confrontarsi con l’Ultima Bastiglia d’Europa: il Muro. Complici i francesi che celebravano il Bicentenario della Rivoluzione, e complice la Perestroika e la Glasnost di Gorbaciov che avevano identificato nella Carovana (Mir in russo significa, tra altre cose, Pace e Villaggio) una immagine al tempo stesso seria e festosa, di natura profondamente popolare. Spesso si sottovaluta la straordinarietà di quel cambiamento. La Storia, come il tempo, non procede linearmente bensì su piani diversi. Il desiderio di libertà, una volta compiuto il passo – non del tutto convinto, spesso trascinato da volenterosi– conosce resipiscenze, ripensamenti. Noi teatranti speriamo solo che si combatta in scena, e che non ci si debba ritrovare nei teatri di guerra.

Quali messaggi ha portato con sé il Teatro Nucleo nel suo pellegrinaggio artistico dell’89 e in quello più recente i quest’estate?

Nell’89 il Nucleo era un gruppo giovane, con base a Ferrara ma già con una storia forte: la partecipazione alla riforma psichiatrica chiamati da Slavich a costruire un teatro -che diventerà poi la propria sede- negli ex-reparti manicomiali (dov’era isolata e repressa la follia della società da cui tutti fuggivano si era creato un luogo di socialità, dove tutti accorrevano a vedere gli spettacoli); 4 edizioni di un popolarissimo Festival a Copparo -lasciato poi tristemente morire da una politica miope- più un grosso convegno regionale, dieci anni di tournée in Europa e Sudamerica con spettacoli per spazi aperti creati da giovani attori cresciuti nella scuola del Nucleo. Ci si avventurava laddove il teatro cosiddetto professionale non osava né voleva osare: nei grandi spazi del sociale dove il teatro è davvero necessario perché atteso da spettatori a cui è stato scippato. Si creava a Ferrara guardando al mondo. Si portava Ferrara nel mondo e il mondo a Ferrara attraverso le Compagnie che si andavano conoscendo nei Festival.

È nell’incontro con queste Compagnie che nasce l’idea della MIR Caravan: si volle creare un Festival itinerante che fosse gestito dalle Compagnie medesime, con le quali si condivideva un’etica attraverso estetiche le più diverse e contraddittorie. Non più marionette agite da organizzatori che sfruttavano il nostro lavoro per i loro interessi – economici e/o politici. Un Festival dove la condivisione, la partecipazione, la curiosità, il meticciato fosse al centro di una vita comunitaria teatrale. Sei straordinari mesi, da Mosca a Parigi con tappe a Leningrado, Varsavia, Praga, Berlino, Copenaghen, Basilea, Lausanne, Blois. È uno spettacolo in sé, il villaggio-serraglio, i teatri tenda, gli spazi all’aperto, la scuola per i tanti bambini dei gruppi. E per non farsi mancare niente, uno spettacolo collettivo, “Odissea ‘89” creato con gli attori mescolati di tutte le Compagnie, per elezione affettiva o curiosità professionale e tecnica, una vera e propria scuola.

Mi pare di capire che sia questo il messaggio: lottare per ridare al teatro una centralità nella vita delle società – come ad Atene 2500 anni fa – che ha perso per diventare ciò che è stato fatto diventare oggi -come allora quando il Nucleo decise di intraprendere quella missione.

L’Odissée Plovdiv Karavana è stato il tentativo riuscito – benché in chiave minore– di riportare in vita il progetto – come del resto nel 2010, la MIR 2 da Namur a Mosca, passando per Avignone, Francoforte, Brno.

La divisione dell’Europa, anzi del mondo, in due blocchi contrapposti discende politicamente dalla sconfitta del nazismo. È stato sconfitto il nazismo o, come predicava Brecht, il germe è ancora fecondo e ci vuole poco a trasformare un pezzo di chincaglieria in glorioso monumento d’antiquariato?

Forse è stato sconfitto il nazismo, ma non i nazisti. Ad ogni modo la risposta è già nella domanda. Ognuno deve fare la sua parte, se vogliamo l’Europa Unita. Per noi teatranti è semplice: viviamo da sempre nella nazione Teatro, senza frontiere né passaporti, in un territorio sconfinato ovvero il cuore di donne e uomini che lo ospitano – spesso senza saperlo – e che lo scoprono insieme a noi. Lo cerchiamo, questo pubblico, questi attori inconsapevoli, ovunque ma soprattutto nei quartieri periferici “senz’anima” ma con un’anima pura, invece; nelle comunità di spostati, nelle carceri. E lo troviamo, eccome se lo troviamo.

In questi giorni abbiamo assistito alla scorta assegnata per insulti e minacce a Liliana Segre, al razzismo negli stadi e nelle città come nel caso Balotelli e all’incendio della libreria Pecora elettrica. Una riflessione.

Non bisogna avere paura del conflitto: significa che le cose sono chiare. È preferibile la chiarezza, si è quello che si è. La doppiezza, l’ambiguità sono il vero problema. Dov’è andata a finire la fascistissima Italia subito dopo la fine della guerra? Sono cambiati per incanto, i fascistissimi italiani che inneggiavano il loro Führer?

Non vi è stata una presa di coscienza. Come ben considerava Pasolini, il fascismo era una camicia nera che si poteva togliere: il vero fascismo è la società che si dice e si immagina democratica e che attraverso i media tecnologici – allora per lui la televisione – controlla le menti, definisce i desideri e questo stato di cose è ben più che una camicia. Perciò un Senato che resta seduto proclama la sua verità: con questo si può lavorare. È un conflitto, finalmente, oltre le celebrazioni di comodo, i giorni dell’anno in cui si deve commemorare il tale o il tal altro orrore. Con il conflitto possiamo lavorare, per conoscerlo, per approfondire, per andare finalmente al centro delle cose e tirarle fuori perché le si possa riconoscere e dire ecco questo sono io, questo siamo. Tale il compito – da sempre, da Epidauro in poi – del teatro. Ma non cerimonie consolatorie celebrate nel comodo di un teatro ritirato e ben difeso: no. Bisogna andare nei luoghi dove sta la gente e riportarlo laddove aveva il suo centro.

Siamo giunti al punto più basso in cui una democrazia può arrivare nel terzo millennio o dobbiamo ancora vedere il fondo?

Finché i militari e le altre forze armate rimarranno al loro posto e le armi taceranno, la democrazia vive, si conosce, si sviluppa. Dopo tutto è una forma di autogoverno ancora molto nuova, nelle nostre società, dopo i millenni delle autocrazie tiranniche, peraltro ancora contemporanee in tanta parte del mondo. Non siamo ancora arrivati da nessuna parte, siamo in un processo, stiamo facendo la storia della democrazia mentre la viviamo. Come la nostra specie medesima, siamo in un punto minuscolo di una storia evolutiva iniziata circa 200 milioni di anni fa e che procede, come direbbe, Totò, a prescindere.

Il teatro, specchio e metafora del mondo, che messaggio offre o vorrebbe o potrebbe offrire?

Il teatro è per noi soprattutto laboratorio di indagine e conoscenza. Vogliamo cercare di capire qual è il teatro del nostro tempo, a cosa può servire. Il teatro è stato sempre contemporaneo, una relazione che si fa esistere tra attori e spettatori in un tempo presente. Non bisogna confonderlo con la letteratura teatrale. Non è un telegrafo. Del resto siamo subissati di media e di messaggi che non tengono in minima considerazione chi siamo, non si aspettano risposte da noi: informano, non comunicano. Teatro è comunicazione, parola la cui radice latina significa “mettere in comune”. Chi informa non è minimamente interessato alla tua risposta. Vuole solo assicurarsi che tu abbia capito il suo messaggio, come la assistente di volo che ti informa sulla sicurezza in volo. Chi vuole la comunicazione sa che il contenuto è qualcosa che sta tra attore e spettatore e che insieme arriveranno -o no, un rischio sempre presente- a conoscere.

Perciò usciamo dalla sicurezza della sala teatrale e dai testi, da ciò che viene ritenuto utilità culturale e perciò sostenuto e sovvenzionato, per andare nei luoghi senza teatro e provare, insieme ai loro abitanti, a scoprirlo, a capire insieme cos’è e cosa può essere il teatro dei tempi nostri. Come fu quello di Epidauro, di Roma, della Commedia, del Settecento, della Russia di Stanislavskij.

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