Mer 3 Lug 2019 - 2812 visite
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L’elogio della pensione anticipata del rettore Zauli è la peggiore lezione della nostra università

C’è un passaggio che mi ha lasciato letteralmente basito nella risposta del rettore Giorgio Zauli al professor Roberto Bin. È quando spiega che “mentre il prof. Bin lamenta giustamente il poco spazio che gli Atenei riservano ai giovani, omette di ricordare (forse non ne era a conoscenza) il fatto che con il proprio pensionamento anticipato il dott. Maggi ha consentito di liberare un posto per giovani precari”.
Rileggetelo attentamente: il pensionamento anticipato del dottor Maggi ha consentito di liberare un posto per giovani precari.

Ma allora siamo stati davvero scemi ad arrovellarci la testa per anni sui problemi dell’Italia tra disoccupazione, crisi economica e debito pubblico, quando la soluzione ai problemi di questa epoca ce l’aveva già in tasca il nostro rettore. Basta andarsene in pensione anticipata, liberare i posti ai giovani e poi partecipare tutti a qualche concorso pubblico, per arrotondare. Poco importa se poi quei giovani e disgraziati lavoratori dovranno mantenere i loro predecessori non solo sobbarcandosi con le tasse le loro pensioni, ma anche gli assegni e indennità per funzioni a cui forse nemmeno adempiono, come nel caso del ruolo da ricercatore di Maggi. L’unico problema è che, se ogni pensionato godesse di un simile trattamento, i conti dell’Italia salterebbero domattina: una considerazione alla quale un dirigente pubblico non dovrebbe essere così impermeabile.

Non so se provare più imbarazzo o rabbia per le dichiarazioni di Zauli, che giustifica il posto da ricercatore di Maggi spiegando che il concorso era pubblico e che Unife conta anche altri ricercatori ultracinquantenni. Credo però che gli siano sfuggiti alcuni dettagli importanti. Perché il problema avanzato dal professor Bin non ha a che fare con l’età di Maggi, ma con la sua efficienza professionale. Con la sua mera e fredda produttività, che volenti o nolenti è l’unico parametro che possiamo usare per valutare se una persona si guadagna o meno la propria paga. E Maggi è un ricercatore che in due anni e mezzo, come ricorda Bin, “non sembra aver generato alcuna ricerca, neanche a livello di progetto”.

Non so se questa improduttività sia diffusa anche agli altri ricercatori ultracinquantenni citati dal rettore (mi auguro di no), ma se così fosse lo invito a segnalarcelo quanto prima: credo che in questo modo potrà capire che né l’esposto del suo docente né il nostro articolo hanno a che fare col ruolo politico di Maggi. Che può certamente essere (qui nessuno nega l’evidenza) qualcosa che a livello editoriale rende più interessante ed evidente la notizia, ma non è affatto ‘La Notizia’.
‘La Notizia’ è che all’università c’è un ricercatore che da quasi tre anni riceve soldi pubblici senza aver ancora prodotto in cambio alcuna ricerca. Se il rettore Zauli vuole davvero rispondere in modo circostanziato all’esposto del professor Bin dovrebbe concentrarsi su quel semplice aspetto e spiegarci l’unica cosa che conta, cioè che, come in qualunque ente o azienda che si rispetti, neanche all’università di Ferrara ci sono persone pagate per non adempiere alle proprie funzioni. Altrimenti sì che lo scontro assume un tono politico, ma più per il contenuto della replica che per quello dell’esposto.

Del resto mi è sembrato che la volontà di Zauli di non rispondere nel merito sia più che mai evidente nella frase finale: “Quando poi si passa da considerazioni giuridiche a considerazioni etiche, il terreno diventa estremamente scivoloso. A me personalmente piace lo stato liberare come immaginato da Luigi Einaudi e ho l’orrore degli stati etici”. Visto che il termine ‘stato etico’ è qualcosa di facilmente fraintendibile, quella del rettore mi pare una scappatoia dialettica comoda ma particolarmente grave.
Si parla di stati etici per regimi come il fascismo o per  teocrazie come l’Iran, dove un paradigma morale domina sugli altri e sulle leggi formali. Anche io ho il terrore di quelle forme di governo. Ma attenzione: questo non vuol dire che nel nostro stato di diritto non esista un’etica pubblica, o che le persone non possano esprimere anche giudizi o preoccupazioni di carattere etico. Uno stato di diritto non è affatto uno stato che ripudia o nega il valore dell’etica: semplicemente la sottopone a leggi e procedure generali. Le nostre stesse leggi e i nostri diritti sono il frutto di un’etica condivisa, legittimata e sigillata da un patto sociale, reso possibile da discussioni e dibattiti anche di carattere etico che si sono sviluppate nel corso della storia. Se azzeriamo il dibattito etico, come Zauli di fatto invita a fare, azzeriamo i fondamenti stessi della nostra società. Lo trovo agghiacciante tanto quanto lo ‘stato etico’ paventato dal rettore.

Se Bin fosse davvero un promotore dello ‘stato etico’ avrebbe potuto radunare una folla coi forconi davanti a casa del rettore o pubblicare un video-condanna di mezzora sui social, come è di moda di questi tempi anche da parte di persone con ruoli e poteri pubblici. Invece ha scritto alla magistratura, da buon amante dello stato di diritto. Quindi il rettore può tranquillamente rispondere nel merito alla questione. Perché che Lei ci creda o no, professor Zauli, sapere che nell’università da Lei diretta ci possono essere persone che percepiscono assegni di ricerca pur senza produrre ricerche è qualcosa che turba l’etica pubblica di parecchie persone. Non solo quella del professor Bin.

PS: non ho mai parlato del ruolo di assessore di Maggi perché ovviamente questa vicenda non ha a che fare con la politica e concordo con chi invita a non strumentalizzare politicamente la questione. Ma anche in questo caso, questo non vuol dire che dobbiamo abolire ogni nostra forma di pensiero e di giudizio. Non bisogna quindi nemmeno far finta di non sapere che l’Andrea Maggi citato nell’esposto di Bin è lo stesso Andrea Maggi con la delega ai lavori pubblici in Comune. Quindi un dirigente pubblico, dal quale personalmente mi aspetto molta trasparenza e risultati documentati e certificabili del suo lavoro. Quello che è mancato negli ultimi due anni e mezzo all’università.

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