Gio 25 Apr 2019 - 285 visite
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L’omelia del vescovo per la Liberazione

Onorevoli autorità, cari fratelli e sorelle, il 25 aprile di quest’anno cade nell’Ottava di Pasqua. Sono i giorni in cui morte e vita, Passione e Risurrezione si rincorrono e nutrono la nostra fede e la testimonianza cristiana. Morte e vita, distruzione e rinascita hanno caratterizzato anche i giorni della Liberazione e della libertà, che noi oggi ricordiamo insieme.

Il brano evangelico che abbiamo ascoltato, ci ha fatto rivivere il racconto dei due discepoli appena tornati da Emmaus. Costoro, inizialmente delusi e illusi, erano stati affiancati nel cammino da uno “straniero” che – nello spezzare il pane e nel dono della pace – si era fatto riconoscere come il Signore, il Maestro, Gesù. Non un fantasma, ma un uomo che gli aveva aperto gli occhi sulle Scritture, mostrando come queste avessero annunciato la sua morte e risurrezione, fonte del perdono e della salvezza di tutti gli uomini.

Ciò che conta nasce sempre da una testimonianza storica, che appassiona, che smuove, ancor più se vissuta in prima persona. Quante volte abbiamo ascoltato il racconto della Liberazione da alcuni testimoni che ancora oggi vivono tra noi. La Liberazione non è una fantasia, ma un’esperienza che ci è stata comunicata. E’ un’esperienza di libertà, nata sulla sofferenza e sul sacrificio della vita di tante persone, da cui è scaturita una Costituzione, uno Stato di Diritto, una ricostruzione, un benessere fondato sulla giustizia, sulla solidarietà, sulla sussidiarietà e sul bene comune. Uomini e donne hanno dato la vita per la libertà, e uomini e donne hanno dato la vita per ricostruire questo Paese. Ci sono stati momenti in cui la violenza, il disinteresse, l’interesse personale, il terrorismo, la distruzione, la povertà di memoria, hanno cercato di minarne le fondamenta, ma l’intelligenza, l’impegno, anche il dono della vita di alcune persone hanno permesso di salvaguardare la Democrazia. Una Democrazia che in questi anni, poi, si è allargata: nella tutela dei diritti, nella salvaguardia dei più deboli, nella condivisione dei beni, anche nel superamento della Nazione con uno sguardo sempre più concreto alla costruzione dell’Europa.
La Liberazione dell’Italia e di altri Paesi, il ripudio comune della guerra appena trascorsa, il cammino di condivisione iniziato dai Mercati e allargato ai diritti fondamentali e a interessi sociali e culturali comuni, hanno dato origine e forma all’Europa. L’Europa nasce anche dalla Liberazione. Non possiamo scordarlo oggi, a pochi giorni dal voto europeo a cui siamo tutti chiamati. La partecipazione al voto europeo per un cattolico è un segno forte di continuità con la storia di Liberazione dei nostri padri, un voto per una Democrazia sempre più allargata. Lo ricordava San Paolo VI in un bel passaggio di un discorso dell’8 settembre 1965: L’Europa è un ideale “estremamente bello e importante, degno veramente di una generazione nuova che ha tratto umile ammaestramento dalle tragiche esperienze delle ultime guerre; esso risponde ad una visione, che noi riteniamo moderna e saggia, dell’attuale momento storico, in cui i popoli vivono in una stretta interdipendenza di interessi tra loro; esso è pienamente conforme alla concezione cristiana dell’umana convivenza che tende a fare del mondo una sola famiglia di popoli fratelli”. La Chiesa diffida da ogni forma di nazionalismo che esclude e non include, che si chiude e non si apre, che rifiuta e non accoglie, che disprezza e non valorizza, che separa e non promuove, che non tutela la dignità di ogni persona.

La Liberazione ha aperto la strada all’Europa: non possiamo chiudere oggi questa strada. La nostra testimonianza europea, la costruzione di una Nuova Europa – che valorizzi tutte le sue radici culturali, sociali e religiose, l’impegno per un legame vitale tra le culture mediterranee e il resto del mondo – è un impegno di testimonianza sociale cristiana.

Leggo questo impegno di testimonianza anche nel discorso di Pietro che abbiamo ascoltato dalla pagina degli Atti degli Apostoli, laddove ricorda che Gesù è stato liberato dal Padre, ma la sua liberazione ha dato forza a Pietro e agli apostoli che sono diventati suoi testimoni. La Chiesa di testimoni ci ha regalato uomini e donne che in forza della fede, insieme ad altri, hanno costruito la casa europea, come un nuovo spazio di condivisione, di fraternità, di benessere. Come ha ricordato San Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptor hominis, non si può negare che nei primi secoli – e ancora di più nel XIXo e XXo secolo – l’Europa è stata concretamente il luogo di passaggio tra il messaggio cristiano, nato in Medio Oriente, e il resto del mondo, tanto che l’identità europea è incomprensibile senza il cristianesimo. Ricordo solo Alcide De Gasperi, cattolico e politico trentino, il Presidente del Consiglio della ricostruzione. Mentre pensava al bene del nostro Paese ha pensato anche all’Europa, di cui è stato uno dei padri fondatori, convinto che soltanto nella condivisione e nella pace il bene comune sarebbe cresciuto. Nel 1953 Alcide De Gasperi, in un discorso dal titolo La nostra patria Europa, scriveva che è più che mai urgente che i passi della costruzione politico-sociale dell’Europa presuppongano “una volontà unitaria” e “un regime di moralità internazionale”. E continuava: “I popoli che si uniscono, spogliandosi delle scorie egoistiche della loro crescita, debbono elevarsi anche a un più fecondo senso di giustizia verso i deboli e i perseguitati”. L’Europa di oggi, invece, sta dimenticando queste sfide che lo sviluppo dei popoli pone, ripiegandosi negli errori che hanno generato la situazione attuale: alimentato gli armamenti e armato le popolazioni in guerra, tagliato le risorse per progetti nella cooperazione allo sviluppo, indebolito anziché rafforzato l’azione di tutela dei richiedenti asilo, dimenticato la giustizia sociale, disperso la propria forza culturale. E’ uno scatto di giustizia sociale che manca soprattutto all’Europa in questo momento, che rischia di frantumarsi, di chiudersi, e di non valorizzare una risorsa qual è la costruzione di nuove relazioni, fatta di bambini, di giovani, di famiglie, imprese, università, chiese, religioni che sappiano generare nuove e pari opportunità sociali, economiche e culturali. Queste relazioni, ferite da chiusure, paure, egoismi e nazionalismi nuovi è ciò che sta mancando all’Europa per costruire il proprio futuro.

Questo giorno dedicato alla Liberazione del nostro Paese ci faccia guardare all’Europa, “casa comune”, liberata da egoismi, da interessi esclusivamente economici, da chiusure. E’ l’Europa della vita, di una nuova vita; è l’Europa del rispetto; è l’Europa casa aperta alla tutela di tutti, soprattutto dei più deboli, quella che siamo chiamati a votare e a costruire insieme.

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