Sab 9 Mar 2019 - 945 visite
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Numero 27

to the morsaphobic child

Esco di casa.

La corsa può essere un gesto automatico, che richiede una iniziale attivazione cosciente e che poi si dipana in modo quasi involontario, senza che sussista la necessità di impartire alle gambe ad ogni passo l’ordine di muoversi.

Oggi è più che mai così.

Non solo la mia azione, ma anche lo spazio attorno a me, perfino l’incongrua mitezza del clima (siamo ancora in inverno e ci sono più di 20 gradi), tutto passa sullo sfondo, tutto scivola sul mio campo percettivo senza che io lo registri.

Sono ancora incredulo, stordito dalla notizia.

Passo vicino al Teatro Off e penso alla reazione di Luca, quando gliel’ho detto per telefono, al suo silenzio, alle sue domande. Oggi in particolare mi manca la sua compagnia, l’incontro con lui, il nostro abbraccio senza smettere di correre, un’arte che si mette a punto solo dopo anni di esperienza.

Corro da solo, con i pensieri.

Come Luca, mi domando perché abbia voluto farlo, proprio lui.

La sua allegria era geniale.

Apparentemente spontanea, fondata su una visione ironica del mondo e di certe figure della povertà umana che personificava con la ferocia e la complicità di chi sa che nessuno può dirsi del tutto esente dalla bassezza, dal luogo comune.

La sua allegria era contagiosa.

O forse no? Mentre corro davanti alla Prospettiva schivando infastidito la folta e disordinata carovana degli usurpatori domenicali della Mura rifletto su questo termine. “Contagiare” significa trasmettere ad altri qualcosa che fa parte di noi; ma chi può dire che per lui fosse davvero così?

Era spesso al centro dell’attenzione nella compagnia, si attendevano i suoi motti, le sue frasi in dialetto, i suoi lunghi racconti, la sua mimica da istrione, già predisposti alla risata. Ma forse aveva il dono (o la maledizione) di sapere evocare negli altri qualcosa che non aveva dentro di sé.

Passando vicino alla Casa del Boia mi ricordo, ormai tanti anni fa, prima che il mal di schiena gli impedisse di continuare a fare sport, le corse con lui e Max, le gare a chi arrivava prima alla fontanella, gli scherzi, le prese per il culo.

Per un paio di chilometri si innesca il flusso dei ricordi e mi lascio andare, come in un susseguirsi di flashback, alle scene delle feste, dei balli, delle cene, dei giochi infantili, delle sfide a bocce in spiaggia, dei meravigliosi pranzi del primo maggio…

Per un attimo il riverberarsi delle associazioni mi allontana dalla realtà, mi viene addirittura da ridere pensando a certe battute, a certi tormentoni che si riproponevano, con sempre nuove variazioni, ogni volta che ci incontravamo.

Un’auto che mi sta quasi per travolgere mentre attraverso Viale Cavour suona il clacson con veemenza.

E mi riporta alla realtà, al dolore della perdita.

Improvvisamente sento salire dentro di me una fortissima collera: sono arrabbiato con lui.

Chi se ne va in questo modo produce un male in quelli che restano che non offre possibilità di elaborazione. Oltre allo strazio per la mancanza c’è il rancore, perché l’oggetto e la causa agente della dipartita coincidono e questo impedisce di elaborare il lutto in modo normale.

Non riesco, come vorrei, ad idealizzarlo, perché è lui stesso che ha voluto, con il suo gesto, imporre a me e a tutti quelli che gli volevano bene la sua assenza, la sofferenza per la sua dipartita, macchiando così l’immagine che ho di lui di questa gravissima colpa.

Tutto sembra ora lontano, senza senso: le preoccupazioni per i travagli quotidiani mi appaiono come goffi, insufficienti, ridicoli tentativi per allontanare la radicale consapevolezza della fondamentale e ineludibile finitudine della mia e di ogni esistenza.

Costeggiando viale IV novembre le grida che giungono dallo stadio dei tifosi che assistono trepidando alla partita della Spal mi irritano e mi sembrano vuote di significato.

Continuo a correre quasi meccanicamente, e mi domando cosa non ho capito, non sono stato capace di cogliere.

Ricordo qualche anno fa, quando suo padre è stato male e abbiamo parlato a lungo; alla sofferenza nel vedere il genitore privo di lucidità, confuso, dolente, infermo, inabile, quasi privato dalla malattia della sua dignità, si aggiungeva la preoccupazione di potere un giorno subire la stessa sorte: “io così non voglio finire”, mi ripeteva.

Mi sento in colpa, proprio io non sono riuscito a cogliere il senso di quella frase, pronunciata con lucida e triste determinazione. Mi domando se volere bene a una persona a volte ci impedisca di vedere certe cose anche se ci vengono letteralmente sbattute sotto al naso.

Percorro il tratto di mura passando sopra piazza Travaglio, affrontando l’ultimo spicchio che mi rimane per chiudere il cerchio del mio percorso.

E mi rendo conto che tutte le considerazioni e i pensieri che mi hanno accompagnato erano esclusivamente centrati su di me: quanto io sto male, quanti bei ricordi io ho di lui, perché ha voluto fare questo a me, perché io non ho capito…

Imbocco la via di casa; non so se sto meglio o peggio, ora.

Ma ora finalmente penso davvero a lui e mi domando: avrà sofferto? Si sarà sentito tanto solo? Sarà stato molto brutto per lui quel momento o sarà stato un sollievo? Quello che ha fatto lo avrà cambiato esteriormente, o è rimasto comunque intatto, bello com’era e come voleva essere?

Avrà pace, ora, ovunque sia?

Vorrei solo questo per lui, ora; ora che rientro a casa, saluto Mascia e Camilla e con una salvietta mi asciugo il viso, fingendo sia bagnato di sudore.

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