Mar 19 Feb 2019 - 1927 visite
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A proposito di Spal-Fiorentina

Parliamo di Var, ma prendersela con l'arbitro non serve. Meglio pensare a come contrastare un’antisportività che nel calcio sembra oggi una nota di merito

Federico Chiesa, protagonista dell'episodio deciso dal Var (foto di Alessandro Castaldi)

Federico Chiesa, protagonista dell’episodio deciso dal Var (foto di Alessandro Castaldi)

di Arnaldo Ninfali

Ci risiamo: ancora una volta il Var ha fatto l’occhiolino alla Fiorentina e a farne le spese, questa volta, è toccato alla Spal.

Il clamoroso precedente risale alla partita Fiorentina–Roma del 3 novembre 2018, quando il viola Simeone cadde in area avversaria, ma a nessuno lì attorno passò per la testa che avesse subito fallo. Solo al Var venne un sospetto e, dopo un esame accurato dell’azione incriminata, se ne convinse e il rigore che seguì portò in vantaggio i viola. Così ora, in merito a quell’episodio, gli unici ad avere delle certezze sono i tifosi fiorentini e quelli romanisti, i primi sicuri della legittimità del penalty, i secondi dell’esatto contrario. Per il resto è nebbia fitta e si comprende solo che il Var mostra difetti sui quali bisognerebbe intervenire. Tanto più che domenica al Mazza è accaduto anche di peggio: il vantaggio della Spal annullato e trasformato in vantaggio per la Fiorentina, per un ipotetico fallo su Chiesa che nessuno aveva rilevato, giocatori viola compresi. Un fatto inedito che fa molto pensare sulla pericolosa deriva a cui sta andando incontro lo sport più bello del mondo.

Alla luce dei fatti, prendersela con l’arbitro e i responsabili del diabolico marchingegno non ha senso, dato che hanno applicato il regolamento. L’unico loro torto è stato di abboccare all’inganno di Federico Chiesa, trasformatosi in un missile terra-aria solo per un lieve contatto con la punta di un piede di Felipe.

Il problema quindi sta nello stabilire la volontarietà o meno della caduta in area avversaria e, a questo scopo, sarebbe necessario convincere gli attaccanti, come il suddetto Chiesa, che ricorrere alla simulazione non è conveniente. Se ad esempio si rendesse obbligatorio il ricorso al Var ogni volta che uno cade nell’area avversaria e, qualora la simulazione risultasse evidente, il cartellino rosso ne fosse la logica conseguenza, forse i ruzzoloni in area sarebbero meno frequenti e le decisioni arbitrali farebbero meno discutere. Naturalmente, qualora l’interessato dichiarasse di essere caduto accidentalmente, non si renderebbe necessario il giudizio del Var.

Questo sarebbe anche un modo per contrastare un’antisportività che nel calcio sembra oggi una nota di merito, a giudicare dall’indulgenza con cui i telecronisti trattano il fallo tattico: “è stato costretto al fallo”, dicono per sottolineare la scaltrezza di chi lo commette.

Ben venga, dunque la tecnologia del Var nel calcio di oggi, ma che svolga anche una funzione dissuasiva dell’antisportività, assieme a quella di segnalazione e sanzione delle irregolarità nelle azioni di gioco.

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