Mar 29 Gen 2019 - 2349 visite
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Deve accudire la figlia disabile e malata, ma gli orari sono impossibili. Il tribunale condanna l’azienda

Lei si rivolge ai sindacati. Il giudice costringe Bennet a cambiare i turni della donna e a risarcirla, riconoscendo la discriminazione

di Simone Pesci

“Una sentenza che dà speranza a tutti i lavoratori”. Commentano così Fabrizio Tassinati (segretario Filcams-Cgil), Maria Lisa Cavallini (segreteria Filcams-Cgil) e Riccardo Grazzi (segretario Cgil), la sentenza del tribunale di Ferrara  che risolve per il meglio la vicenda di una dipendente del Bennet di Cento.

I fatti risalgono al 2017, quando la donna rientra dopo la seconda maternità e riceve dall’azienda un trattamento sfavorevole, venendo costretta, molto spesso, a lavorare nelle ore dei pasti e a fare l’orario di chiusura. E ciò, di fatto, le impediva di riuscire ad accudire la figlia più piccola, portatrice di handicap e affetta da una grave patologia oncologica. La donna ha quindi deciso di rivolgersi al sindacato. “Aveva un sistema orario penalizzante, riconosciuto anche dagli altri lavoratori all’interno dell’azienda” sostiene Maria Lisa Cavallini, la quale attacca Bennet che “si è sottratta al confronto anche quando gli avvocati hanno invitato la ditta a cambiare i turni della dipendente”.

Dopo diversi richiami a riconoscere i diritti di legge e contrattuali, la lavoratrice non si è data per vinta e, supportata dalla Filcams-Cgil e dagli avvocati Alberto Piccinini e Sara Passante, la questione è finita nelle aule del tribunale. Il giudice del lavoro, lo scorso 24 gennaio, si è pronunciato, riconoscendo alla donna la discriminazione e condannando Bennet a risarcire la propria lavoratrice e a pagare le spese legali, e, in più, indicando un orario di lavoro sostenibile dalle lavoratrici che hanno le stesse necessità della madre che si è avvalsa della vertenza dei sindacati.

“Secondo la Corte di Giustizia – spiega l’avvocato Piccinini contattato da Estense.com -, la tutela del disabile da parte dell’azienda è presente anche nel caso in cui una dipendente deve assistere un familiare. Sotto questo profilo, immaginiamo in attesa di leggere le motivazioni della sentenza, il giudice ha riconosciuto la natura discriminatoria”. La direttiva europea, recepita da apposita legge dall’Italia, “autorizza quindi – prosegue il legale – il tribunale a imporre l’adozione di misure ragionevoli e orari umani che consentano, nel caso specifico, alla signora di accudire la propria figlia”.

“Il giudice ha riconosciuto la discriminazione verso la disabilità, con una sentenza che riconosce alla madre la tutela del diritto del lavoro e una retribuzione adeguata” annuncia Cavallini, che plaude la dipendente che ha “proseguito a fare chiusura da aprile 2017 fino a oggi, con tutte le difficoltà del caso”. “Questa è solo la punta dell’iceberg di una situazione, nel commercio, di lavoratori che non riescono a combinare i tempi di vita con quelli di lavoro” mette in luce Fabrizio Tassinati.

“La volontà della dipendente – prosegue il sindacalista riferendosi al caso specifico – è stata volta a proseguire nelle sua richiesta legittima e sacrosanta. Spesso, i lavoratori che ci contattano di fronte e situazioni in cui le aziende non rispondono immediatamente alle nostre richieste, subiscono ulteriori angherie finchè, soprattutto nel caso delle donne, non decidono di licenziarsi. I dipendenti in queste condizioni sappiano che, di fronte a condizioni provate, le cose possono essere cambiate. La sentenza deve essere monito anche per le altre catene, e gli altri negozi commerciali”.

“C’è in atto una potente svalutazione del lavoro – commenta, infine, Riccardo Grazzi -, aggiunta a una riduzione delle garanzie dei diritti sociali: abbiamo tutelato il diritto alla non discriminazione, sapendo che è un problema dilagante e diffuso”. 

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