Mar 22 Gen 2019 - 1241 visite
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Per Valsabbina e CariCesena l’intervento in Carife fu del tutto regolare

Udienza dedicata ai responsabili civili e alla difesa Gafforini nel processo sull'aumento di capitale della banca estense

da sinistra, gli avvocati Melchionda e Gallico

da sinistra, gli avvocati Melchionda (CariCesena) e Gallico (Valsabbina)

Se reati ci sono stati, questi vanno ricercati in Carife e nella sua dirigenza, non certo negli interventi di Banca Valsabbina e della Cassa di Risparmio di Cesena nell’ambito dell’aumento di capitale da 150 milioni del 2011. Hanno respinto ogni addebito gli avvocati Alessandro Melchionda (Caricesena) e Giorgio Gallico (Valsabbina) che nell’udienza di lunedì 21 gennaio hanno preso la parola in difesa dei due istituti e dei loro dirigenti chiamati come responsabili civili nel processo sulla bancarotta dovuta alle operazioni di aumento di capitale.

Deloitte & Touche. Stesso discorso è applicabile anche alla linea difensiva seguita dall’avvocato Matteo Rescigno per Michele Masini e la Deloitte & Touche, per la responsabilità da falso in prospetto: il revisore non certificò la veridicità dei dati alla base della sua analisi (quelli del famoso piano industriale), ma scrisse ‘soltanto’ che sulla base di quei dati le previsioni annunciate non apparivano irragionevoli, avvertendo comunque i potenziali sottoscrittori di non agire solo sulla base di quei dati. Inoltre, “la dichiarazione di responsabilità del prospetto non menziona mai la figura del revisore”.

Valsabbina. Ma è la posizione delle due banche che aiutarono Carife con 15 milioni in totale ad essere la più importante, perché per loro la procura identifica – oltre che una partecipazione nel reato di aggiotaggio avendo inciso sull’affidamento del pubblico sulla solidità patrimoniale della banca – una responsabilità in quella che è la formazione fittizia del capitale di Carife, tramite la sottoscrizione reciproca di azioni, argomento su cui non ci sono precedenti e che il collegio presieduto dal giudice Vartan Giacomelli è chiamato a esplorare per la prima volta. Un argomento molto tecnico e non semplice da spiegare.

Gli avvocati di Valsabbina e Caricesena hanno sostenuto con forza che quella reciprocità – ritenuta pacifica per la banca bresciana, negata da quella romagnola – non fossa contraria alla legge, perché le condotte specifiche stanno fuori dallo stretto perimetro normativo. Non basta, in sostanza, la reciprocità del dare e dell’avere, ma serve che abbia delle caratteristiche particolari. “La legge non vieta la reciprocità delle partecipazioni, ma la reciprocità in sede di costituzione del capitale – spiega l’avvocato Gallico -. Quella parte di sottoscrizione reciproca è stata comunque fatta con riserve disponibili. Non c’è giurisprudenza sul punto, c’è però della dottrina abbondante: si possono fare queste acquisizioni reciproche tramite le riserve disponibili”, ovvero nella modalità usata secondo le difese.  Nel caso di Valsabbina poi, la sottoscrizione reciproca vera e propria – ovvero aumento di capitale contro aumento di capitale –  è stata di poco più di un milione di euro (meno dell’1% del valore dell’aumento di capitale), su 10 totali dell’operazione, difficile dire che sia stata causa del dissesto ferrarese. “Quella partecipazione è ancora lì, la si vede in Bper, ed è frutto di dividendi”, ha evidenziato ancora il legale, per far notare che fosse un’operazione reale, sopravvissuta alla fine di Carife, e non fittizia.

CariCesena. Per CariCesena (in solido con i dirigenti imputati: Germano Lucchi, Adriano Gentili e Maurizio Teodorani), che sottoscrisse 5 milioni, la situazione è ancora diversa, perché Carife comprò solo azioni proprie di CariCesena, la quale partecipò al suo aumento di capitale, chiedendo però anche la sottoscrizione di un prestito obbligazionario: “È pacifico che non ci sia stata nessuna lesione dell’integrità del capitale sociale – ha detto l’avvocato Melchionda -, ma anche dal punto di vista patrimoniale ha avuto l’effetto che doveva avere. Non è carta su carta”. Quello di CariCesena “era un titolo che aveva mercato, anche se non era quotato in borsa. Poteva essere immediatamente monetizzato con la semplice cessione se ci fosse stata necessità di monetizzarlo. Quel titolo era nel patrimonio di Carife ed era patrimonio a tutti gli effetti. Il prestito obbligazionario è la conferma del valore di quell’operazione”. Melchionda ha sottolineato che la norma che la procura ritiene violata “tutela l’integrità del capitale sociale nominale e non può essere esteso questo concetto a quello di capitale sociale regolamentare, ovvero di patrimonio di vigilanza”, che riguarda Bankitalia, le sue aspettative e magari l’ostacolo posto da Carife alla sua attività, ma sul quale rispondono i vertici della vecchia cassa estense.

I danni e il “salva-banche”. Altro argomento è poi la legittimazione delle parti civili a chiedere il risarcimento del danno. L’avvocato Gallico ha ricordato che “l’azzeramento delle partecipazioni è un fatto che deriva da un atto normativo, da scelte politiche prese ad altissimo livello”, ovvero il decreto 180 del 2015, il “salva-banche”, che ha disciplinato anche i diritti di risarcimento che “sono stati ceduti all’ente ponte, alla Nuova Casso di Risparmio, in epoca antecedente la dichiarazione di insolvenza. 

L’individuazione della quantificazione del danno è riservata per legge a una procedura amministrativa diretta da Bankitalia, che poi non è stata attivata”. Il danno subito da azionisti e obbligazionisti dunque, “on è stato conseguenza di reati di aggiotaggio e bancarotta societaria” ma, appunto, da una decisione normativa che ha cambiato le carte in tavola.

I danni e i rischi per Valsabbina. E ancora Gallico, in conclusione, ha rivolto un avvertimento ai giudici sulle potenziali conseguenze non volute della loro decisione: “Banca Valsabbina è una banca territoriale che ha le proprie radici in uno dei territori più produttivi della provincia di Brescia, ha 600 dipendenti, è solida e ha già contribuito con circa 18 milioni in favore dei fondi interbancari, 3,7 versati per salvare gli enti ponte. Estendere questa situazione in conseguenza di ipotesi di reato che sono di assai problematica ricostruibilità sarebbe determinante di una situazione analoga a quella che si è verificata a Ferrara”. Ovvero, condannando la banca a risarcire il danno ai tanti azionisti e obbligazionisti che li chiedono, rischierebbe di mettere in serie difficoltà Valsabbina.

Gafforini. La chiusura dell’udienza è stata affidata all’arringa difensiva dell’avvocato Gabriele Casartelli, difensore di Spartaco Gafforini, ex dg di Valsabbina accusato per concorso esterno in aggiotaggio e aumento fittizio del capitale e alla bancarotta, che ha più volte richiamato le conclusioni degli altri difensori, per sostenere l’innocenza del suo assistito, chiedendone l’assoluzione completa: “Gafforini è estraneo ai reati prospettati. Perché si è archiviato il Cda di Valsabbina, decisione che non contesto, ma Gafforini è in una posizione diversa?”. Sulla partecipazione alla bancarotta, l’avvocato contesta che l’aumento di capitale possa essere stato la causa del dissesto.

Si ritorna in aula il 25 gennaio con le altre arringhe difensive.

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