Mer 7 Nov 2018 - 230 visite
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Franco Corleone parla di clemenza nell’era del ”populismo giuridico”

I provvedimenti di amnistia e indulto ''in un Paese dove respiriamo diffidenza fin dalla culla''

franco corleonedi Cecilia Gallotta

‘Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato’. Il secondo paragrafo dell’articolo 27 della Costituzione riassume molto bene i principi che muovono la stesura di ‘Costituzione e Clemenza’, che fra i curatori, presenti all’Ibs per la presentazione di martedì pomeriggio, annovera Franco Corleone e Andrea Puggiotto.

Un libro ”necessario”, secondo il docente Donato Castronovo e che mette di fronte al ”bilanciamento perverso” della storia riguardo alla clemenza, di cui si è abusato in passato e ”di cui oggi stiamo assistendo all’eclissi”. Un problema che il libro ripropone, ”come un sasso nello stagno”, attraverso la riproduzione degli atti, da parte di 20 giuristi, del seminario tenutosi a Roma lo scorso gennaio e che fa luce sui provvedimenti di amnistia e di indulto. In particolare, sull’articolo 79 della Costituzione, per il quale si ipotizza una riformulazione, che dopo la revisione del ’92 mette di fronte a un paradosso: ”è di fatto più facile mettere nuovamente mano alla Costituzione piuttosto che arrivare al provvedimento di clemenza”.

Se da un lato Castronovo scomoda addirittura Collodi (”Pinocchio in un certo senso, per ottenere l’amnistia nel paese degli acchiappacitrulli si dichiara colpevole”) in un”’Italia dove respiriamo diffidenza ed avversione fin dalla culla”, secondo Corleone ”la Costituzione può essere l’unico punto da cui far ripartire la democrazia”, rifacendosi ad un concetto di giustizia piuttosto che di una ”legalità astratta”, che, constata l’avvocato Pasquale Longobucco, ”ha portato il nostro paese a una perenne illegalità”.

Ed è così che si è arrivati ”ai processi arretrati, al grande numero di provvedimenti prescritti dai magistrati, al sovraffollamento delle carceri, a situazioni delle strutture carcerarie pessime, che rendono difficile la realizzazione di programmi e attività mirate alla rieducazione e riabilitazione dell’individuo”. Fotogrammi che inquadrano lo specchio giudiziario della vicenda umana che ci sta dietro.

E poi c’è la cosiddetta ”amnistia arbitraria”, quella di chi ”ha il potere di decidere quali fascicoli devono finire sul binario morto della prescrizione”: una constatazione che al già senatore Pd Sergio Lo Giudice fa subito venire in mente il caso Cucchi, ”finito in una rete gerarchica di comando, che tutti noi avremmo voluto definire infedele all’Arma, se non fosse che non sappiamo fino a che punto l’Arma abbia garantito e tutelato”.

In un’era di quello che Lo Giudice definisce ”populismo giuridico”, dove ”più che mai rischiamo di essere autoreferenziali e dove c’è un corto circuito politica-opinione pubblica (in cui il politico cioè segue l’umore dell’opinione pubblica, che a sua volta non fa altro che influenzarlo)”, secondo Corleone si rende più che mai necessaria una giustizia ”che non abbia solo un ruolo punitivo, ma di reiterazione sociale”.

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