Ven 12 Ott 2018 - 434 visite
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Il Caso Cucchi e il sogno di un paese che deve rinascere

La paura e l’ignoranza sono il cancro di questo tempo. Il coraggio appartiene solo ai pochi che continuano ad inseguire il sogno di un ritorno all’ordine. Anche il caso Cucchi, l’Italia è piena di casi irrisolti, sta per arrivare ad una verità tanto voluta, tanto sofferta, tanto pianta e sopportata.

Penso ad Ilaria, al padre, alla madre di quel “reietto” della società che vi fa tanta paura perché le persone fragili si possono eliminare, si devono eliminare. E perché? Cosa legittima tanto odio? Quello che abita nei cuori di ciascuno di noi, la paura di uscire dalla vita, di sposare comportamenti che ci riducano al nulla, che altro non sono che un grido contro la fatica del vivere quotidiano, quella stessa fatica che ognuno di noi affronta con gli strumenti che gli appartengono.

A volte non bastano, non sono sufficienti, nonostante lo slancio ontologico iscritto nella natura umana, qualcuno di noi non ce la fa. E allora gli altri condannano, ancorati ai valori borghesi, alla fede che non è fede autentica, al rispetto delle regole, della legge, anche se a volte, sono questi stessi che rischiano di accelerare il tuo naufragio. Ma soprattutto al terrore che possa capitare anche a loro. Quanti Stefano ci abitano dentro? Quanto le nostre norme ragionevoli sono ferme e salde? Chi può davvero scagliare la prima pietra? Giovanardi forse?

Penso anche alle reazioni di alcuni docenti che, davanti al mio desiderio di costruire un progetto su questa vicenda che è specchio di quello che non siamo capaci di essere come adulti, hanno avuto esitazioni. Forse avranno pensato ecco la solita Boari che sposa le cause perse, se la prende con le forze dell’ordine, con l’ordine, quello stesso che ci è così indispensabile da preferirlo ai sogni.

I giovani che non hanno le nostre insicurezze, sono smarriti, ma pronti, come lo eravamo noi prima di rinunciare a quello che siamo, a conoscere e a volare vicino al sole, l’hanno accolto con la gioia e l’entusiasmo che solo il sapere sa dare. Se non ripartiamo da queste speranze che li abitano, nonostante l’evidente smarrimento di cui solo noi siamo responsabili, ci aspetta l’orrore che abbiamo già conosciuto.

Davvero pensiamo che sia necessario firmare una petizione per fare entrare il vissuto di un uomo fragile, non protetto, non difeso, non tutelato dallo Stato, nelle nostre scuole? Io non firmo nessuna petizione e Stefano, Federico, Massimiliano, Giulio, Pietro, Maria e tanti altri nomi che meritano, come ognuno di noi, la tutela proprio perché dentro a questa natura che amo, li porto addosso e li tengo vivi nel sogno che si possa capire davvero cosa non va più in questo paese.

Chi è l’educatore? Chi elargisce erudizione sterile e compila moduli che non vanno mai bene? Le riforme che hanno investito la scuola negli ultimi decenni, ci hanno trasformato in burocrati. Una operazione simile è stata fatta durante i fascismi, basta leggere quel testo illuminante che è “La banalità del male” di H. Arendt.

A quel punto nessuno è più responsabile, semplicemente è un esecutore di ordini, anche nei mestieri più nobili, come quello dell’educatore e di chi sacrifica la sua vita per difendere gli altri. E gli occhi davanti a te si spengono, ma poco importa, l’importante è eseguire e rinunciare ad essere altro, a fare i conti con quella parte di ognuno di noi che ci spaventa, perché quella verrà eliminata, in qualsiasi modo, verrà tolta di mezzo.

Io non rinuncio, so che non sono sola in questo sogno di un paese che deve rinascere. E se qualcuno non capisce da dove vengano queste parole che scrivo e pubblico, lo supplico di camminare con dolcezza sui miei sogni.

Grazie a chi vorrà invece farmi compagnia.

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