Incendio grattacielo: anche la Torre A sarà interdetta
L'incendio scoppiato nei giorni scorsi nella Torre B del grattacielo di Ferrara rischia di essere solo il primo segnale di un problema ben più ampio
L'incendio scoppiato nei giorni scorsi nella Torre B del grattacielo di Ferrara rischia di essere solo il primo segnale di un problema ben più ampio
Apertura di un'inchiesta per incendio colposo - al momento contro ignoti - e sequestro del locale contatori, da cui sarebbero partite le fiamme. Sono le prime due mosse che il pm di turno Stefano Longhi della Procura di Ferrara ha deciso per individuare le cause del rogo che, poco prima delle 4 di domenica 11 gennaio, ha reso necessaria l'evacuazione completa della torre B del Grattacielo di via Felisatti
Un vasto incendio ha colpito il Grattacielo di Ferrara nelle prime ore di domenica 11 gennaio, provocando l’evacuazione completa della torre B
La chiusura dello stabilimento di Berco a Castelfranco Veneto non lascia tranquilli i sindacati ferraresi
Chiude la Berco, ma non quella di Copparo. Entro il 31 marzo gli ultimi 50 dipendenti dello stabilimento di Castelfranco Veneto lasceranno il loro posto di lavoro

Nella foto, la sede della Corte d’appello di Bologna
Vaccolino. Per cinque anni la Tfc di Vaccolino ha preferito privilegiare i propri bilanci rispetto alla salubrità dell’aria respirata dalle famiglie a poca distanza della fonderia. E per questo, in sostanza, deve risarcire loro il danno.
Lo si ricava dalle motivazioni della sentenza con la quale la seconda sezione della Corte d’Appello di Bologna ha confermato la condanna, ai soli fini civili, di Bruno Marfisi, titolare della Tfc, confermando il risarcimento dei danni in misura di 3000 euro per ognuna delle cinque parti civili costituite – difese dagli avvocati Claudio Maruzzi e Carmelo Marcello – e alla rifusione delle spese legali.
Marifisi era stato assolto dal tribunale di Ferrara, che pure aveva riconosciuto l’oggettività del fatto e la sua rilevanza penale, ma aveva escluso la colpevolezza dell’imputato, sostenendo che avesse adottato tutte le misure possibili per evitare il danno.
“Erra manifestamente il primo giudice quando afferma che il Marfisi aveva adottato tutte ‘le cautele che all’epoca si potevano pretendere’ – motiva invece la Corte d’Appello -, poiché non solo non ha ancora oggi adottato tali cautele continuando a produrre, seppure in parte, con tecnologia ad anime piene, ma, deve ribadirsi, è stato inerte sino al 2008 (iniziando a modificare gli impianti da tale anno) pur consapevole dell’esistenza di altra più ‘pulita’ tecnologia (ma, per questo più costosa)”.
L’uso della tecnologia ad ‘anime cave’, si evince dalla sentenza, avrebbe permesso di risolvere fin da subito il problema degli odori molesti, “tipici dei freni bruciati” come descritti in primo grado, perché si sarebbe bruciata molta meno resina, causa delle cattive esalazioni
Una tecnologia già conosciuta al momento in cui il comitato di cittadini, per lo più residente in un raggio di 500 metri dalla fonderia, aveva iniziato a segnalare i gravi disagi: difficoltà a respirare, necessità di chiudersi in casa, bruciore agli occhi e tanti altri spiacevoli effetti. Eppure, scrivono i giudici bolognesi, “per cinque anni la scelta imprenditoriale del Marfisi è stata consapevolmente quella di privilegiare i costi di produzione, rispetto alla salute dei cittadini, che sin dal 2003 evidenziavano la gravità della situazione”.
“E ancora oggi – aggiungono gli avvocati Maruzzi e Marcello, facendo riferimento a una testimonianza di un dipendente, presa in considerazione anche dalla sentenza – per un dieci per cento si usano ancora le anime piene, per cui, ancora oggi, la situazione non è completamente risolta”.
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