La mostra HeART of Gaza arriva a Ferrara
Dal 21 marzo al 4 aprile sarà possibile visitare la mostra di disegni realizzati dai bambini della Striscia di Gaza esposti alle vetrine di Spazio Aperto
Dal 21 marzo al 4 aprile sarà possibile visitare la mostra di disegni realizzati dai bambini della Striscia di Gaza esposti alle vetrine di Spazio Aperto
Artista e ideatore del marchio registrato LItochi (acronimo di Linea Tonda Chiusa), nato dieci anni fa dall’esigenza di unire forma, astrazione e visione in un linguaggio visivo e concettuale riconoscibile, il ferrarese Alessandro D'Elia sarà tra gli espositori della rassegna collettiva "Percorsi D'Autore", che aprirà i battenti sabato 21 marzo alle 18
Continuano gli incontri culturali promossi dall’Avis Comunale di Ferrara. Il settimo appuntamento della nuova stagione è fissato per venerdì 20 marzo alle ore 17 nella sala “Silvio Carletti”
Giovedì 19 marzo alle ore 17:30, presso l’Hotel Carlton, si terrà l’incontro “Un tempo per ogni cosa. I ritmi biologici in salute e malattia” di Roberto Manfredini in dialogo con Ruggero Osnato
Il romanzo verrà presentato al pubblico lunedì 23 marzo alle ore 18, presso la libreria Libraccio di Ferrara. Per l'occasione, l'autrice dialogherà con lo scrittore Paolo Panzacchi per esplorare i retroscena dell'opera e le tematiche generazionali in essa contenute

Gian Pietro Testa
Di vero ci è rimasta solo l’ignoranza. E Gian Pietro Testa lo grida, anzi lo scrive, a gran voce. Lui, che ha “lottato tutta la vita contro l’ignoranza e ora nuoto in una mare di ignoranza”. E “Il vestito di taffetà”, il suo ultimo romanzo uscito per i tipi di Este Edition, è un manifesto, solo apparentemente leggero, al morbo che appesta il terzo millennio.
Protagonista è ancora Giuseppe Garibaldi Fraschenor, il suo alter ego letterario. Brontolone, ipercritico e “incazzato”. Se al mio taccuino l’autore confida di essere “sempre più incazzato, non so se per via dell’età mia o dell’imbecillità degli altri”, anche il buon Fraschenor cade spesso nella “spocchiosa abitudine di incazzarmi e sparare catilinarie al mondo intero, convinto di essere l’unico, l’unico integerrimo, l’unico intelligente”.
“Il vestito di taffetà” chiude la trilogia che vede protagonista il vecchio scrittore. Dopo aver attraversato ”Io sono il milite ignoto” e “Il rocchetto di Ruhmkorff”, l’uomo che non pensa mai, pensa solo di pensare, è sul letto di ospedale. Ricoverato per un malore dopo aver attraversato a nuoto la Manica (“era il mio sogno da giovane”, strizza l’occhio l’autore), in realtà “è stato portato via da una tempesta sui nostri lidi e sbattuto sull’Isola dell’amore”.
Attorno al suo letto si forma un salotto. La gente parla attorno al malato. Unico suo conforto il dialogo con il medico, che a tratti ricorda il Faust e l’eterna lotta tra Bene e Male. “Anche il diavolo – afferma nel libro il medico/Mefistofele – ha scoperto che con la politica si può dire tutto e il contrario di tutto”. Nel terzo millennio il Bene e il Male non esistono più. O forse convivono. Lo scontro si è spostato tutto su ignoranza e contrasto all’ignoranza. Ma le forze ormai sono troppo sproporzionate.
E oggi Testa può tranquillamente affermare, senza tema di essere smentito, che “questa società è sul limite di un burrone. Anzi, stiamo già precipitando. Non lo dico, o almeno non solo, perché sono vecchio, ma per quello che sta succedendo. Spaventa la vittoria dell’ignoranza che si accompagna a violenza e incapacità di crescere. Io non sono un moralista, ma ci sono dei principi irrinunciabili in una società. E se li accantoni, come abbiamo fatto, allora è finita. Oggi c’è addirittura protervia nell’affermare l’ignoranza. Il non ignorante è visto con diffidenza. Non so se finirà mai questo declino. E io non ho più tempo per aspettare. Posso solo attendere di essere ferito mortalmente da una impudica lancia di ignoranza”.
A salvarlo rimane l’ironia. Ironia che nel libro si scioglie a tratti in spunti di vero umorismo. Come nello storpiamento dantesco che porta Fraschenor a pensare “gli occhi sollevò dal fiero pesto”, per indicare i nuovi eroi televisivi, esperti in alternativo o di capelli o di cibo. E accanto all’ironia rimane, quasi nascosta per paura di essere scoperta da occhi ignoranti, la poesia che lo ha sempre accompagnato dai tempi di “Antologia per una strage”, fino a “Via di Gatta marcia”, ultima sua opera in versi di ormai nove anni fa.
Da allora però qualcosa è cambiato e oggi Gian Pietro Testa racconta con il pensiero rivolto agli anni andati. Quando ancora si poteva parlare di poesia. Quando ancora esisteva la poesia. “La poesia è morta, è morta la pittura, la letteratura in generale. È inutile parlare di morte ai morti”.
E anche “Il vestito di taffetà”, battezzato da un fluire apparentemente frivolo, sfocia in una tragedia. “Nella trama si inserisce una storia vera, accaduta nella Ferrara di 40 anni fa – spiega l’autore -. Diventa un paradigma di una società ormai slabbrata, dove la gente fa quello che vuole. Nel libro c’è un bambino. Addosso ha le ali d’angelo che gli ha regalato sua madre. È simbolo della tenerezza che abbiamo sconciato e ammazzato”.
A un certo punto nel salotto improvvisato di questa stanza di ospedale arriva la tragica notizia, che è preludio al finale angosciante, chiuso a sua volta da una frase sbadata della figlia del protagonista. Una frase che riassume in sette parole l’epoca in cui viviamo. In cui ci siamo condannati a vivere.
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