Cronaca
21 Luglio 2010
Anche il gip di Mantova censura l'azione dei poliziotti. Critiche anche a colleghi e superiori

Su Aldro un vero e proprio “pestaggio”

di Marco Zavagli | 4 min

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Aveva definito “delinquenti” i quattro poliziotti accusati dell’omicidio colposo del figlio di 18 anni. E per quelle sue parole Patrizia Moretti venne querelata. Il tribunale però le ha dato ragione e ora, nelle motivazioni all’ordinanza di archiviazione della denuncia per diffamazione, ne spiega i motivi. Senza andare troppo per il sottile.

Il pomo della discordia stava in una intervista rilasciata da Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, rilasciata all’Ansa il 5 luglio 2008 e ripresa dal quotidiano “La Nuova Ferrara”. In quell’articolo la donna definiva gli agenti intervenuti la notte del 25 settembre 2005 in via Ippodromo “delinquenti”: “non consideriamo – questo il passaggio contestato da tre dei quattro agenti (si astenne dalla querela Paolo Forlani) – quelle persone come rappresentanti delle istituzioni, ma solo come delinquenti”.

Archiviando il caso, il giudice Luigi Pagliuca del tribunale di Mantova (competente per territorio) ritiene che quelle considerazioni ed espressioni “non fossero affatto espressione di una critica ingiustificata e totalmente disancorata dalla ponderata valutazione di circostanze obiettive idonee a fondare quel personale convincimento della madre della vittima”.

Nelle sue motivazioni, infatti, Pagliuca spiega che “contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa degli agenti, alla data del 5 luglio 2008, il processo a carico dei poliziotti non solo era già da tempo iniziato, ma era già in stato di avanzata istruttoria”. Alla data del 26 giugno 2008, ossia quella dell’udienza immediatamente precedente la pubblicazione del’intervista contestata, tutta l’istruttoria “in fatto” poteva quindi ritenersi conclusa. Già allora sussistevano, secondo Pagliuca, “molteplici prove del fatto che l’intervento operato dai poliziotti era stato caratterizzato da un uso della forza assolutamente eccessivo e sproporzionato rispetto alla finalità di bloccaggio dell’Aldrovandi che doveva essere perseguita”.

Il gip dice di aver “ben presente le difficoltà in cui sono chiamate ad operare quotidianamente e in modo meritorio le forze di polizia e il senso di frustrazione che in alcune occasioni può – sotto il profilo umano – cogliere le forze dell’ordine nel vedersi aggredite od offese da terzi soggetti”.

Ma “è proprio in queste situazioni che si misura la tenuta del sistema democratico e che entra in gioco la professionalità delle forze di polizia, le quali devono sempre aver presente che l’uso della forza deve costituire l’extrema ratio e che, anche quando necessario, deve essere sempre proporzionato e commisurato all’offesa da fronteggiare”.

In sostanza, a prescindere dall’esito dei prossimi gradi di giudizio (l’appello è fissato per il 17 maggio 2011), l’esercizio da parte degli agenti “di una forza repressiva obiettivamente e ingiustificatamente eccedente i limiti consentiti continuerebbe comunque ad integrare comportamento illegittimo da stigmatizzare e da sottoporre legittimamente a critica, anche aspra”.

Insomma, alla data cui risalgono le dichiarazioni della Moretti, “erano già molteplici le emergenze comprovanti che a carico dell’Aldrovandi era stata esercitata una violenza non solo eccessiva e sproporzionata rispetto all’offesa da respingere, ma addirittura tale da integrare un vero e proprio “pestaggio” (“assolutamente non necessario avuto riguardo all’entità dell’offesa posta in essere dal giovane”, dirà il giudice in un altro passaggio, ndr) con uso di corpi contundenti assolutamente non tollerabile in un sistema democratico”.

Il tribunale bacchetta anche chi intervenne quella mattina in via Ippodromo, ossia i “colleghi e superiori” che “anziché consentire che i fatti fossero accertati in modo obiettivo, avevano fatto in modo di raccogliere il maggior numero possibile di elementi confermativi della tesi difensiva dei quattro poliziotti, facendo in modo di non avere la scomoda presenza né del pm, né dei familiari della vittima (avvertiti del decesso solo alcune ore dopo) sul luogo del delitto”.

In conclusione alla domanda, che il giudice definisce “retorica”, se la critica della madre di Federico fosse legittima o meno, l’ordinanza giustifica quelle parole in quanto “non appuntate su fatti indimostrati e privi di riscontro” e dette da “una madre che aveva pacificamente perso il proprio figlio in occasione di un intervento di polizia caratterizzato da un uso della forza che definire eccessivo è riduttivo”.

“Sono le regole democratiche – conclude il gip – che in tali casi inducono a ritenere perfettamente lecite le manifestazioni di pensiero e di opinione analoghe a quelle manifestare nella fattispecie da Patrizia Moretti”.

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