ven 22 Giu 2018 - 6672 visite
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Via Ortigara vive sotto assedio, mentre il commercio muore

La disperazione di una madre: “Ho lavorato per 20 anni per mettere via i soldi e aprire un’attività per lasciare qualcosa a mia figlia, ma invece guarda in che guaio l’ho messa”

Il ristorante Leonessa di via Ortigara 24 ha una vetrina crepata di fianco alla porta di ingresso, ricordo di una bottiglia volata in primavera durante una rissa in strada. Al suo interno la titolare e la figlia spiegano che per le riparazioni bisognerà aspettare incassi migliori, ma visto il clima che si respira sarà molto difficile realizzarli. “Viviamo sotto assedio, non possiamo nemmeno uscire da qua. Non chiamiamo la polizia perché alcuni nigeriani ci hanno minacciato. Ci hanno detto: è meglio per voi se non chiamate nessuno”.

Meno di 24 ore prima la strada adiacente alla curva dello stadio è salita nuovamente alla ribalta delle cronache per via dell’ennesima lite tra giovani africani avvenuta di fronte al bar e al minimarket a pochi metri dal ristorante Leonessa. Il giorno successivo la tensione nel vicinato si taglia col coltello: la maggior parte delle persone gira al largo dalle due attività commerciali gestite da un nigeriano e un camerunese, dove fanno ingresso soltanto cittadini africani e agenti delle forze dell’ordine.

Residenti e commercianti commentano l’accaduto da lontano, alternando rabbia e rassegnazione. “Qui in Ortigara viviamo in pieno Far West, dove la legge non esiste – commenta un avventore del bar all’angolo, gestito da una famiglia cinese -. La situazione è sul punto di esplodere”. Il barista, Zheng, mantiene un certo distacco ma concorda col cliente: “Quando siamo arrivati qua avevamo anche noi una brutta clientela, tanti spacciatori nordafricani, ma un po’ li abbiamo mandati via e un po’ se ne sono andati da soli. Adesso però tutti i giorni c’è un nuovo problema con i nigeriani, di notte poi è ancora peggio”.

Le prime vittime dei problemi di ordine pubblico sono i commercianti. La parrucchiera che ha filmato la violenza ha già annunciato di voler vendere l’attività e da tempo chiude la porta dall’interno anche durante l’orario di lavoro: una misura di sicurezza più da gioielleria che da salone di bellezza. Tre giorni fa davanti alla porta del locale ha trovato una zampa di nutria mezza abbrustolita: i resti di un pasto frugale consumato sul suo uscio.

Chi vuole tenere duro è la titolare del Leonessa, ma mentre racconta la sua storia non riesce a trattenere le lacrime: “Vengo dall’Ucraina. Ho lavorato per 20 anni come badante per mettere via i soldi e aprire un’attività mia. Tre anni fa sono riuscita a rilevare questa: l’ho fatto per lasciare qualcosa a mia figlia, ma invece guarda in che guaio l’ho messa”.

Il suo locale un tempo era conosciuto come Brasserie e tra gli anni ‘90 e 2000 era un tipico luogo di ritrovo della gioventù ferrarese, ma da qualche anno la clientela italiana si è diradata fino quasi a scomparire. “All’inizio venivano in tanti, ma poi gli spacciatori che stanno qua davanti sono diventati sempre più invadenti. I miei clienti escono a fumare una sigaretta e questi arrivano chiedendo ‘vuoi qualcosa, vuoi la coca?’. Allora la gente mi saluta e non torna più, e io la capisco. I nostri amici ucraini venivano qua a fare i cenoni ma hanno smesso, perché i nigeriani andavano ubriachi dalle loro mogli e ci sono state delle liti. Siamo state abbandonate. Quando si parla del quartiere tutti se la prendono coi razzisti e non fanno nulla, ma sono straniera anche io e anche io mi lamento”.

E in effetti di razzismo, in via Ortigara, non ne vuole davvero sentire parlare nessuno: “Non vogliamo assolutamente che passi un messaggio del genere – spiega la parrucchiera -. La figlia del proprietario del minimarket è nigeriana e tutti i giorni viene qua per stare con noi e prendere le caramelle. Però vogliamo che lui incominci a tenere sotto controllo i suoi clienti perché i problemi arrivano sempre da lì. E ormai quando dice che non li conosce e non sa niente non gli crediamo più. Non è una questione di etnia o di colore della pelle, ma di senso di responsabilità”.

In via Ortigara la diffidenza regna ormai sovrana: i commercianti africani si dissociano dall’accaduto, i residenti e commercianti li accusano – ormai neanche troppo velatamente – di essere corresponsabili degli episodi di violenza e di assistere senza intervenire a episodi di spaccio e prostituzione. Quando parliamo con Youssuf Osagie, titolare nigeriano del minimarket, insiste con convinzione sulla propria linea: “Via Ortigara non è una zona di spaccio, non mentre il mio negozio è aperto. La polizia deve essere più severa quando trova qualcuno che spaccia o che gira con un coltello: devono stare in galera per 15 anni. Ma quelli che si sono picchiati ieri io non li conoscevo, sono nuovi, erano clienti del bar”. Un appello alla legalità che tuttavia si scontra con l’evidenza dei fatti: gli approcci diurni degli spacciatori in via Ortigara sono frequenti anche durante l’orario di apertura delle attività. Il barista nel locale a fianco, dal canto suo, non fa che rilanciare le responsabilità sul vicino: “Non li conoscevo, ma non erano clienti nostri. Noi siamo camerunesi, ma quelli erano nigeriani: i nigeriani vanno di là, nel negozio”.

Mentre i dubbi rimangono inalterati, sembra evidente che questo rimpallo di responsabilità non aiuta né l’una né l’altra attività: “Molte delle persone che incrocio lì davanti – ci spiega il titolare di una tabaccheria nei paraggi dello stadio – vengono da me a fare ingenti trasferimenti di contanti all’estero, tramite Poste Pay o Western Union. Ci sono persone che in quattro settimane fanno quattro operazioni da 999 euro l’una, ovvero il massimo possibile. Se qualcuno ogni mese ha 4mila euro in contanti, secondo voi come se li è guadagnati? Dobbiamo smetterla di raccontarci delle favole: chi sta lì in mezzo sa benissimo chi è che commette reati e crea problemi. Non voglio generalizzare ma se è vero che gli italiani sono razzisti, allora gli africani sono omertosi. Mi dispiace molto dirlo”.

La via Ortigara che lasciamo oggi è il ritratto di un quartiere spaccato in due, dove la sfiducia reciproca regna incontrastata e ferma sul nascere ogni tentativo di dialogo. Nel frattempo, tra una vetrina rotta e una negoziante che si chiude a chiave nel locale, le attività commerciali rischiano di scomparire. “Quando anche gli ultimi negozi chiuderanno – è la sintesi della titolare di un negozio di alimentari – avremo passato il punto di non ritorno. Già adesso noi teniamo aperti solo alla mattina, perché al pomeriggio la tensione sale e i clienti non vengono più”.

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